En Construcción

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B.Luigi Scrosoppi

 

Attendendo la canonizzazione imminente del Beato Luigi Scrosoppi, dell’Oratorio

                                                                                     IMPRIMATUR

                                                                             Edoardo Aldo Cerrato dell'Oratorio

Introduzione.
Scheda biografica del B. Luigi Scrosoppi, d.0.

Dal decreto sulla eroicita delle virtù.
Padre Luigi Scrosoppi, Beato Filippino
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La Congregazione Oratoriana Di Udine
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P. Luigi Oratoriano.
Luigi Scrosoppi « Padre »  delle orfanelle e delle Suore
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Il preposito della rinata congregazione
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Tentativi falliti
L'acquisto della Casa Braida
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La ricostituzione del 1846
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Vitalità della chiesa di s. Maria Maddalena.
Il memoriale di don Pietro Benedetti
La Congregazione si riapre
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Due belle pagine spirituali

Vicende interne della Congregazione Filippina
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Soppressione e confisca
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Spirito filippino
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Con slancio totale operò per i fratelli
 

 

Introduzione

 L'imminente canonizzazione del B.Luigi Scrosoppi costituisce un avvenimento di notevole rilievo nella storia dell'Oratorio.
Nella lunga serie dei discepoli di San Filippo Neri che si sono distinti per le loro virtù e si sono imposti all'attenzione del popolo cristiano per la loro santità, P. Luigi, infatti, è il primo ad entrare, per autorevole giudizio della Chiesa, nell'elenco dei Santi.
Disse di lui Giovanni Paolo II nell'omelia della beatificazione, il 4 ottobre 1981: “Padre Luigi entra nella Congregazione dell'Oratorio e ne fa un dinamico centro di irradiazione di vita spirituale. Nella sua vite; spesa totalmente per le anime, egli ha avuto tre grandi amori: Gesù, la Chiesa ed il Papa, ed i “piccoli“ : Fin da giovanissimo sceglie Cristo e lo ama, contemplandolo povero ed umile a Betlemme; lavoratore a Nazaret; sofferente e vittima nel Getsemani sul Golgotha; presente nell'Eucarestia. "Voglio essergli fedele -ha scritto- attaccato perfettamente a Lui nel cammino del cielo e riuscire una sua copia' : A fondamento della sua molteplice attività pastorale e caritativa, c'è una profonda interiorità; la sua giornata è una continua preghiera: meditazione, visite al SS. Sacramento, recita del Breviario, Via crucis giornaliera, Rosario ed, infine, lunga orazione notturna. Luminoso ed efficace esempio di equilibrata sintesi fra vita contemplativa e vita attiva "
E nel Breve 'Pia Mater Ecclesia' in cui decreta a P.Luigi gli onori degli altari, lo stesso Pontefice dichiara: "Vivendo ed operando in tal modo, egli aderì alla volontà di Dio, ma così nascostamente da essere ignorato dagli uomini (... ). Il motto “fare, patire, tacere" che senza dubbio esprimeva il suo stile di vita, si accordava chiaramente anche con il suo proposito di vivere il terzo grado dell'umiltà”.

A noi che di P. Luigi siamo confratelli nell'appartenenza al medesimo ideale e nel cammino sulla medesima "via Oratorii” (cfr.Constit., Admonitiones B: "Questa è pertanto la via nella quale San Filippo volle che i suoi camminassero mantenendosi in piena libertá di modo che l'avanzamento nelle virtù fosse anche una pia emulazione nella perfezione, presupposto della stessa perseveranza in seno alla Congregazione.") interessa, in modo particolare, scrutare nell'esercizio delle virtù e nel servizio pastorale e caritativo di P.Luigi la dimensione oratoriana, che emerge nettissima non solo negli anni della sua aggregazione all'Oratorio di Udine, ma anche in quelli che la precedettero e la seguirono, quell'impostazione che rilevava Raffaerle Nogaro in un articolo sul settimanale diocesano di Udine: "Si fece ben presto prete dell'Oratorio e promosse tra i suoi confratelli quella profonda comunione e quella amicizia spirituale che erano state l'ideale dell'Oratorio fondato a Roma da S.Filippo Neri".

Padre Luigi fu discepolo di Filippo Neri fin dall'infanzia: visse infatti nella casa paterna per così dire "affidato" al fratello P.Carlo - che abitava in famiglia a causa della soppressione dell'Oratorio - e frequentò la chiesa dell'Oratorio soppresso, nella quale ancora officiavano i Padri costretti a disperdersi: In quella chiesa, tanto cara al suo cuore e tanto importante per la sua formazione; celebrò la Prima Messa, e li iniziò il suo ministero, oratoriano nell'anima dal momento che non lo poteva essere giuridicamente.
E quando il fratello P.Carlo, mutate le situazioni politiche, si dedicò con forte impegno a ricostituire la Congregazione, P.Luigi gli fu accanto con un entusiasmo che non era solo motivato dall'affetto per il fratello, ma dalla stima per l'ideale che P.Carlo aveva abbracciato scegliendo, in tempi difficili per l'Oratorio, una Congregazione sulla quale pesava l'imminente, previsto provvedimento di soppressione.
Terminata la vita terrena di P.Carlo senza che la ricostituzione fosse giunta pienamente ad effetto, P.Luigi impegnò le sue energie e persino i beni di famiglia per realizzare quel sogno di cui era profondamente partecipe, e riuscì a compiere ciò che P.Carlo non aveva potuto attuare.
La triste condizione politica e storica del secolo XIX portò, nell'arco di un decennio, alla distruzione, addirittura materiale, dell'Oratorio che P.Luigi aveva ristabilito con fatiche pari all'amore che nutriva. Ma il discepolo di S. Filippo continuò a considerarsi e a firmarsi "dell'Oratorio" fino al termine della vita, vincendo con la sua appartenenza all'ideale filippino i colpi tremendi che quel secolo diede anche alle nostre Congregazioni. Non ne abbandonò l'abito, indossato fino alla fine come una livrea amata, quell'abito stinto e consunto che le sue figlie conservano ad Udine come preziosa reliquia della sua fedeltà all'Oratorio e della sua inesausta carità; e "presbyter Oratorii" fu scritto sulla pietra tombale del Padre, tanto quella qualifica gli era cara e familiare.
L'Oratorio, che vide distrutto dalla violenza di una ideologia che si autoproclamava liberale, gli restò nel cuore, con intatto il suo patrimonio di ideali.
E a più di un secolo dalla sua morte, è commovente per noi riflettere sul fatto che il miracolo approvato per la sua canonizzazione proprio a favore di un confratello oratoriano il Beato Luigi lo ha ottenuto, quasi volesse dirci: voi siete sempre i miei confratelli!
Uno studio approfondito della dimensione oratoriana del Beato forse ancora manca.
Questa breve raccolta di articoli ha solo l'intento di fornirne qualche traccia, nell'attesa che qualcuno, accogliendo l'invito, si dedichi ad una ricerca più ampia. Ne scaturiranno, certamente, ricche vene di spirito oratoriano, quelle che hanno plasmato l'attività pastorale e lo stile apostolico di P.Luigi, i1 suo modo di rapportarsi con le persone prima ancora che con i loro problemi, un metodo che facilmente riconosceremo filippino.
Attendendo (imminente, solenne proclamazione della santità di P.Scrosoppi, noi, suoi confratelli, iniziamo a contemplarne il fulgore.

P.Filippo che venne ad annunciargli vicina l'ora dell'ingresso in cielo, bussando tre colpi sul vetro della teca in cui P.Luigi ne conservava il busto e la reliquia, attraverso la canonizzazione del suo discepolo bussa oggi alla porta dei nostri Oratori e ci ripete qual è l'ideale.

Edoardo Aldo Cerrato dell'Oratorio

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Scheda biografica del B. Luigi Scrosoppi, d.0.

 1804

Il 4 agosto Luigi Scrosoppi nasce ad Udine, in una famiglia che ha ricevuto il dono del sacerdozio per i suoi tre figli.

1817

Entra nel Seminario arcivescovile di Udine, come allievo esterno. Accanto al fratello P. Carlo, d.0. vive tra i Filippini che, soppressi, continuano ad esercitare ad Udine il loro ministero nella chiesa di S.Maria Maddalena, e gli si accende nel cuore l'amore per S. Filippo Neri.

1827

Il 31 marzo è ordinato sacerdote. Il 1 aprile, assistito da P. Carlo e dal fratello don Giovanni Battista, celebra la Prima Messa. Coadiuva il fratello Carlo nella direzione dell'umile Istituto "Casa delle Derelitte".

1830

Il desiderio di una vita evangelicamente perfetta lo inclina a farsi cappuccino: l'Oratorio è ancora soppresso ed il Convento dei Cappuccini in Udine è tra le prime istituzioni che riprendono vita. Due forti motivi gli paiono voci dal cielo che lo trattengono nella decisione: l'aiuto di cui P.Carlo abbisognava e le necessità dell'opera.

1834-36

Con il proprio patrimonio e con i contributi della carità cittadina il due fratelli trasformano la "Casa delle Derelitte" in un vasto edificio, capace di raccogliere un centinaio di orfane e di fanciulle abbandonate, e di dare assistenza a più di duecento ragazze esterne.

1837

Il 2 febbraio le prime "maestre" si stabiliscono nell'Istituto. Don Luigi si dedica alla loro formazione spirituale e religiosa: è l'alba della Congregazione delle Suore della Provvidenza.

1845

Il 25 dicembre la Congregazione delle Suore nasce ufficialmente.

1846

P.Carlo ottiene il ripristino legale della Congregazione dell'Oratorio di Udine. Don Luigi vi entra.

1856

P.Luigi realizza il sogno di P.Carlo, morto nel 1854 senza la gioia di vedere riunita la Congregazione per la quale aveva ottenuto lo statuto giuridico di ripristino: inizia la vita comune e diventa Preposito della Comunità.

1856-1884

P.Luigi vive un trentennio irto di difficoltà. Misera, malattie endemiche e guerre travagliano le sue opere; leggi eversive le ostacolano; l'anticlericalismo lo fa oggetto di persecuzione. Continua a dirigere la Casa delle Derelitte; lotta fino agli estremi per impedire la nuova soppressione della risorta Congregazione filippina.

1884

Il 3 aprile ad Udine conclude la sua vita terrena.

1932

Il 12 febbraio si apre il processo diocesano sulla fama di santità e le virtù.

1964

Il 27 febbraio è introdotta la causa di beatificazione. Il 3 novembre inizia il processo su due guarigioni ritenute miracolose ed attribuite all'intercessione di P.Luigi.

1978

Il 12 giugno S.S. Paolo VI promulga il decreto stilla eroicità delle virtù e P. Luigi è dichiarato "Venerabile".

1981

Il 31 gennaio S.S. Giovanni Paolo II promulga il decreto sull'autenticità dei due miracoli attribuiti all'intercessione di P.Luigi, a favore di Rocco Sartorelli e di Siro Marizzoli. Il 4 ottobre: solenne beatificazione.

2000

il 1 luglio S.S.Giovanni Paolo II promulga il decreto sulla autenticità del miracolo attribuito all'intercessione del B.Luigi, a favore di fr.Chungu Shatima, d.0. di Oudtshoom.

 

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Dal decreto sulla eroicita delle virtù

Il servo di Dio apparve guidato dallo Spirito Santo, arricchito dei suoi carismi, arrivato alla pienezza dell'età di Cristo, maestro con la parola e l'esempio della perfezione religiosa. Intimamente compenetrato delle verità della fede, al mistero della SS. Trinità inabitante nell'anima tributò la sua adorante adesione, ad essa indirizzando, con celeste prudenza, ogni sua azione.
Trascorreva molte ore del giorno nella preghiera e meditazione, soprattutto dei misteri della Passione e Incarnazione del Signore, sul SS. Cuore, vegliando anche di notte dinanzi alla SS. Eucaristia.
Nella celebrazione della S. Messa dimostrava il fervore di un serafino. Venerava e amava da figlio amantissimo la B. Vergine; devotissimo dei santi, li amava e imitava. Spesso la sua speranza fu premiata da Dio con fatti straordinari.
Si sentiva servo del prossimo, ad esempio di Gesù che era venuto “non per essere servito ma per servire”  (Mt 20, 28). Persino gli avversari riconobbero la sua somma giustizia. Durò costante nel tollerare con pazienza mali e avversità, nel continuare le opere intraprese, aspettando solo da Dio la corona di giustizia.

Restano ai posteri questi insegnamenti del servo di Dio: difendere con santa intrepidezza, anche in periodi di lotta, la missione e i diritti della Chiesa nelle istituzioni educative e caritative; compiere fedelmente ogni anche piccolo dovere, ma, se chiamati per vocazione divina a grandi cose, darsi virilmente; aderire intimamente al magistero della Chiesa; giovare grandemente alla società con opere di carità e di educazione cristiana. A tanto siamo stimolati dall'esempio del servo di Dio, che attraverso la sua congregazione innumerevoli giovani ridonò al bene d'ella società e migliaia di ammalati restituì sani, tutti sempre indirizzando alla speranza della vita eterna.

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Padre Luigi Scrosoppi, Beato Filippino

Nessuna delle molte case oratoriane estinte ebbe a conchiudere la sua lunga storia in tanta luminosa bellezza come la Congregazione di Udine. L'ultimo suo figlio e sodale, il p. Luigi Scrosoppi, aureolato di santità da vivo, è stato ora innalzato all'onore degli altari.[1] È il quarto dei figli di s. Filippo Neri, insignito dalla Chiesa del titolo di beato. Lo hanno preceduto, scaglionati lungo tre secoli, Giovenale Ancina (1545-1604), già accolto in Congregazione dal Santo e con lui vissuto; il fermano Antonio Grassi (15921671), dolce ripresentazione di padre Filippo perfino nelle sue sembianze; il piemontese Sebastiano Valfrè (1629-1710), grande anima d'apostolo e di padre dei poveri.

La vita di Luigi Scrosoppi (1804-84) si snoda lungo il secolo XIX, e ne partecipa al vivo le agitate vicende che, con altre istituzioni, colpirono anche ciò che a lui e ai suoi era più caro, la sua Congregazione, della quale visse le ore più trepide e ne vide il tramonto.

La Congregazione Oratoriana Di Udine

Come della maggior parte delle congregazioni estinte, anche di questa non è ancora stata pubblicata la storia, che ne illustri avvenimenti e uomini nel contesto della vita religiosa cittadina di oltre due secoli. Fortunatamente di essa è stato conservato un cospicuo materiale documentario, giacente ben catalogato, presso l'Archivio di Stato di Udine, l'Archivio della Congregazione Suore della Provvidenza, l'Archivio Arcivescovile, l'Archivio Capitolare, la Biblioteca Arcivescovile, la Biblioteca Civica di Udine[2].

In seguito alla canonizzazione di s. Filippo (1622) e alla rapida e larga diffusione del suo culto e delle sue istituzioni, anche a Udine, come in varie città del dominio veneto, furono introdotti gli esercizi dell'Oratorio tra i confratri della esistente Scuola del SS. Crocifisso dal 9 giugno 1629. A dar volto più autentico e maggior consistenza all'iniziativa fu un insigne filippino padovano, venuto (probabilmente invitato) a Udine il 15 agosto 1630: il p. Antonio Cortivo de Santi.[3 Un personaggio, questo, di primo piano, anche se la sua memoria è caduta ingiustamente in oblio. Nato in Padova il 4 novembre 1586, fu condiscepolo all'Università del nobile trevigiano Odorico Rinaldi,[4] poi oratoriano in Roma e celebre continuatore del Baronio; in Padova ebbe contatti anche con l'anziano p. Luigi da Ponte, uno dei primi della comunità vallicellana, allora primicerio della Cattedrale. Sacerdote nel 1614, nel 1620 recatosi a Roma, ebbe ragguagli sulla Congregazione, oltre che dal Rinaldi, dall'autorevole p. Pietro Consolíni, e, dietro loro consiglio, tornato in patria diede vita alla Congregazione padovana, eretta nel 1624 insieme con i padri Vincenzo Erricci e Pietro Braga.[5] L'entusiasmo riscosso per l'efficacia della nuova e singolare istituzione, indusse il de Santi a propagandane in varie località del veneto l'erezione di oratorii secolari. Poco dopo la sua prima sosta a Udine, l'Oratorio si diede delle regole, che furono approvate dall'Inquisitore.[6] Dopo la peste del 1630, il De Santi riprese le sue peregrinazioni per varie terre, e nel giugno 1638 tornò a Udine dove si trattenne più a lungo; fra l'altro, istituì un oratorio di s. Filippo per le donne in S. Cristoforo,[7] predicò in Duomo, sanò discordie e lasciò grato ricordo di sé. Fu certamente il De Santi a consigliare i confratelli dell'Oratorio ad avviare la Congregazione, a tempo e luogo. Crescendo intanto il numero dei sodali, dall'Ospedale fu concesso all'Oratorío la fatiscente chiesa di S. María Maddalena, dove il primo novembre 1643 furono trasferiti gli esercizi;[8] poco dopo anche le case vicine poterono esser usate dall'istituzione. A questo punto si avviò il progetto di dar vita alla congregazione, e, per realizzare presto il suggestivo disegno, si chiese a Brescia la prestazione di un padre, che avviasse l'impresa. La risposta del 19 marzo 1644 fu negativa: dovevano essi mandare un soggetto in qualche congregazione per meglio istruirsi. Varii tentativi, esperiti in quegli anni, fallirono uno dopo l'altro, finché giunse determinante l'aiuto di un altro padovano, anch'egli discepolo del de Santi, il p. Gasparo Colombina, già suo collaboratore nella fondazione di Padova.

Un personaggio singolare anche il Colombina. Nato in Padova nel 1586, di professione libraio, si ammogliò e, rimasto vedovo con una figlia dopo soli quattro anni di matrimonio, dietro consiglio del suo direttore, il coetaneo p. De Santi, si fece sacerdote e fu tra i primi sodali di quella congregazione. Nel 1644, fatto oggetto di persecuzioni, si ritirò a Venezia, sempre sotto la direzione del Santi, e sempre in veste di oratoriano, dedicandosi alla direzione dell'Oratorio dei Mendicanti e ad altre opere pie. Ebbe fra i suoi figli spirituali Ermanno Stroiffi, che poi nel 1662 fondò la Congregazione filippina di Venezia nella chiesa della Madonna della Fava.[9] Nel 1648 l'udinese confratello dell'Oratorio secolare, Giovanni Battista Capodaglio, speziale, lo incontrò in Venezia e, conosciutolo come filippino, lo scongiurò di portarsi nella sua patria per dar vita finalmente alla Congregazione. Aderì il Colombina e, insieme col chierico Antonio della Valle, giunse a Udine l'11 novembre 1649. Presto si aggregarono alla nascente Congregazione alcuni membri fra i confratri dell'Oratorio: il p. Carlo Paolo Soardo, il medico Francesco Percotto, il sacerdote Giuseppe de Pace, don Giuseppe Miliana.[10] Il 7 giugno la Congregazione venne ufficialmente eretta per la ducale del 7 giugno 1650, e nello stesso anno, il 17 settembre, la città la prese sotto-il suo patrocinio. Il Colombina, vero fondatore della Congregazione udinese, si spense il 28 luglio del 1650, testando in favore della sua famiglia religiosa, di cui fu il primo preposito.[11]

Gli successe il p. Giuseppe de Pace entrato in Congregazione da due mesi. Le prime elezioni si tennero il 31 dicembre 1657, dopo di che furono eseguite varie opere di rinnovamento nella chiesa, accanto alla quale era già stato eretto l'oratorio. Nell'estate del 1671 il preposito e il p. Giovanni Micesio furono inviati a Venezia e a Padova per apprendere l'esatta maniera del vivere oratoriano, di cui quelle case erano meglio istruite per averlo appreso direttamente a Roma.[12] L'anno seguente il p. Leandro Colloredo mandò loro scritti del Consolini e dello Spada, di commento alle Costituzioni, e lo stesso, fatto cardinale, nel gennaio 1691 mandò, come preziosa reliquia, un libro appartenuto a s. Filippo, di devozioni varie.[13] Il 20 ottobre 1693 mori ottuagenario, universalmente compianto, il p. Giuseppe de Pace (era nato il 22 luglio 1613 ) dopo quarant'anni di governo della Congregazione, durante il quale fu costruito l'edificio nuovo della comunità filippina, che dovette, fra l'altro, superare una grave e onerosa vertenza giudiziaria col conte Ermes Colloredo[14] Succedette al De Pace il p. Girolamo Valvasone, nobile udinese, sotto il quale, essendo cresciuto il numero dei fratelli secolari, fu costruito l'oratorio nuovo, aperto nell'agosto 1702[15]  Datato il 9 novembre 1705, venne il breve di conferma pontificia della Congregazione udinese, con la ratifica del Patriarca d'Aquileia Dionisio Dolfin del 29 aprile 1706[16]   e l'approvazione dell'autorità veneta. Il 19 agosto 1715 dal patriarca d'Aquileia Dionisio Dolfin fu posta la prima pietra della nuova chiesa dedicata pure a s. Maria Maddalena, come la precedente demolita; fu benedetta dallo stesso Patriarca il 19 agosto 1717 e fu consacrata dall'arcivescovo Gian Girolamo Gradenigo il 19 maggio 1784.[17]   La Congregazione prese sempre più consistenza, lungo tutto il secolo XVIII, anche se non ebbe mai un numero rilevante di soggetti, conforme, del resto, alla fisionomia di tutte le case filippine, viventi a regime familiare. Divenne tuttavia un centro di vita religiosa distinta e qualificata; alla chiesa di s. Maria Maddalena concorreva una parte scelta della città, soprattutto per la direzione spirituale, tanto erano in considerazione quei padri, esponenti, ordinariamente, della nobiltà cittadina. Fra essi spiccarono figure di chiara fama, per dottrina e santità di vita, il cui ricordo meriterebbe di essere rinverdito.[18] 
Le funeste vicende che colpirono le istituzioni religiose sulla fine del secolo, coinvolsero anche la Congregazione udinese, a cominciare del 1787. Il 27 marzo ci fu la prima occupazione della casa, a cui seguì, il 6 giugno, la confisca dell'argenteria.[
19]    Decretata la soppressione degli ordini religiosi, il 16 settembre il preposito p. Massimo di Brazzà con un altro padre si recò a Passariano, dove fu ricevuto benevolmente dal generale Bonaparte che diede loro buone assicurazioni sull'incolumità della casa oratoriana.[20] Poco dopo fu stipulato il trattato di Campoformio (17 ottobre) e la comunità fece di nuovo omaggio di sudditanza all'imperatore nelle mani del generale austriaco Manfrault.[21] L'attività della Congregazione continuò senza interruzione per qualche anno ancora: si aggiunsero nuove reclute, e sempre alto rimase presso tutti il credito dell'istituto, soprattutto nelle difficoltà in cui esso doveva operare, ogni giorno crescenti. La soppressione, scongiurata anche nel 1808 e nel 1809, divenne definitiva nel maggio 1810: i padri dovevano lasciare la casa entro tre settimane; soltanto effetti personali avrebbero potuto portare con sé, tutto il resto sarebbe dovuto passare al demanio.[22] Fu lasciata aperta al culto la chiesa, che continuò ad essere ufficiata da alcuni dei pochi filippini rimasti in città. La comunità contava allora dodici membri, sotto il governo del p. Massimo dei conti di Brazzà, insigne figura di santo sacerdote, morto nel 1812; per unanime volontà di popolo, la salma fu sepolta nella sua chiesa della Maddalena.[23] 

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P. Luigi Oratoriano 

È nel pieno di queste dolorose vicende che s'inseriscono alcuni particolari che hanno connessione con la storia del nostro Beato. Il 18 ottobre 1798 era stato accolto in Congregazione il p. Gaetano Salomoni, veronese, proveniente dalla appena soppressa Congregazione di Mantova: era sacerdote e da poco triennale: fu uno dei pochi rimasti poi in Udine e zelante apostolo di bene. Il 2 settembre 1806 fu presentato alla Congregazione il ventenne udinese, in minoribus, Carlo Filaferro, che, subito accettato, entrerà con un altro il 6 seguente. Era fratellastro del beato Luigi, che aveva allora appena due anni. Carlo ricevette il sacerdozio il 24 settembre 1809 e il giorno seguente celebrò la prima messa nella chiesa oratoriana di S. Maria Maddalena. L'anno successivo avveniva la soppressione della Congregazione e il padre degli Scrosoppi, Domenico, pensò di acquistare una casetta vicino alla chiesa, mantenendo così vivo un focolaio religioso, nel cui ambiente si formò lo spirito del futuro beato. 

Frattanto il p. Gaetano Salomoni, uno dei superstiti della dispersa Congregazione, insieme con l'ex barnabita p. Andrea Scipioni e con l'appoggio di autorevoli signore, diede principio alla Casa delle fanciulle derelitte, per la quale si associò la collaborazione del p. Carlo Filaferro. Questi, dopo varie vicende dell'istituzione, ne divenne direttore nel 1822, quando il p. Salomoni si ritirò a Verona, sua patria. Il p. Carlo si prese come vicedirettore d. Giovan Battista Bearzi, al quale, fatto parroco, succedette nel 1829 il fratellastro di p. Carlo, il venticinquenne d. Luigi, sacerdote da due anni. 

Luigi Scrosoppi era nato il 4 agosto 1804 in Udine da Domenico e Antonia Lazzarini vedova Filaferro, che già avevano avuto un figlio l'anno precedente, Giovan Battista. Gente abbastanza facoltosa, viveva nel clima religioso dell'Oratorio, di cui il p. Carlo continuava a testimoniare la sopravvivenza e non smise fino alla fine di auspicare il ripristino. Uno dopo l'altro i due fratelli scelsero la vita ecclesiastica e salirono al sacerdozio: Giovan Battista nel 1825 e Luigi il 31 marzo 1827. Mentre il primo, dopo deluse aspirazioni alla vita religiosa (e fu in corrispondenza anche con Antonio Rosmini), si diede al ministero in diocesi, don Luigi, come s'è detto, restò a fianco di p. Carlo nella cura delle Derelitte. Gran parte della storia dell'umile sacerdote udinese, che doveva essere l'ombra di p. Carlo, sarà ormai legata allo sviluppo di questa istituzione, a fianco della quale, per sua decisa volontà, egli darà vita alla Congregazione di suore intitolate a s. Gaetano Thiene e alla Provvidenza. Un gruppetto costituito dalle prime « maestre », nove (come i cori angelici, si disse!), che s'accrebbe presto di mirabili figure di umili operatrici di carità, sull'esempio e sotto la direzione d'un sicuro maestro di spirito, qual era d. Luigi Scrosoppi. 

La Congregazione, fondata nel 1537, ebbe l'approvazione canonica nel febbraio del 1845. Frattanto nell'aprile 1842 era stato approvato il ripristino della Congregazione oratoriana, per iniziativa soprattutto del p. Carlo, alla quale fu lieto di dare subito il nome lo zelante giovane fratello, anche se ormai tutto preso da un'attività che poteva sembrare incompatibile con la scelta filippina. Di tale attività e dello spirito di cui essa fin da principio fu permeata dall'incomparabile maestro e fondatore, è stato scritto ampiamente, e ancora si scriverà. C'è da dire anzi che, per l'importanza che sempre più andò acquistando la Congregazione delle Suore della Provvidenza, via disseminate per il mondo e in continua crescita, l'aspetto filippino del p. Luigi Scrosoppi parve lasciato alquanto in ombra. Effettivamente egli senti come pochi la bellezza della sua vocazione oratoriana; la sua vita interiore fu della più pura spiritualità filippina, familiare, del resto, a lui fin da fanciullo attraverso la nobile figura del p. Carlo (grande anima anch'egli, la cui memoria rimase in benedizione) ed egli seppe genialmente impregnare di essa i vari momenti e forme del suo instancabile apostolato. A chi poi potesse recar sorpresa che un figlio di s. Filippo, a cui doveva esser vietato per regola, svolgesse attività in istituti femminili, si può facilmente osservare che le circostanze del tutto eccezionali, soprattutto prima d'essere entrato in Congregazione, e certo secondo un disegno provvidenziale, gli affidarono quelle responsabilità. Eccezionalità non infrequenti peraltro, fin da principio nella storia dell'Oratorio: e si pensi a s. Filippo stesso, assiduo fra le Oblate di Tor de' Specchi, dove continuarono a svolgere attività di confessori vari padri, da Nicolò Gigli in poi; al p. Pompeo Pateri, a cui sovente il card. Vicario affidò la sovrintendenza dei monasteri di Roma; ai padri Tarugi e Bordini, confessori alle Convertite; al p. Talpa, fondatore in Napoli del monastero delle Ruffe; al p. Soto, fondatore in Roma del monastero carmelitano riformato di S. Giuseppe; al p. Tomaso Bozzi, esaminatore delle monacande; ad altri ancora in varie città nel corso di quasi quattro secoli. Altre circostanze e occasioni varie anche in tempi non lontani consigliarono istituzioni nuove e inusitate al principio nel mondo oratoriano: e vien fatto di ricordare le belle e provvide opere di p. Mino a Biella, del p. Filippo Bardellini a Verona, del p. Ottorino Marcolini a Brescia. Ciò che, semmai, sta a dimostrare la mirabile capacità di rispondenza alle necessità di tempi e luoghi, che caratterizzò sempre l'istituzione oratoriana. 

Di p. Luigi Scrosoppi filippino e delle successive vicende della sua Congregazione lasciamo la parola all'autorevole biografo e concittadino del Beato. Ci basti soltanto ricordare che p. Luigi visse almeno un decennio di intensa vita oratoriana, come confratello e superiore della casa, fino all'estinzione. Anche dopo il drammatico 1866, che vide soppressa la Congregazione, sconsacrata la chiesa e dispersi tutti i beni, arredi e ricordi, egli mai rinunziò alla sua qualifica di prete dell'Oratorio, di cui vestì e onorò l'abito fino alla fine della vita. La sua devota ammirazione, fra l'altro, per l'amabile suo Santo, arricchisce ogni tratto della sua azione e della sua pietà e colora perfino di ilarità filippina certi suoi tratti gustosi. Fu lo stesso s. Filippo ad annunziargli la vicina dipartita. Dal vetro del tabernacoletto dove era il busto del Santo, senti un giorno un leggero bussare: era lui, padre Filippo, a chiamarlo a sé per il giorno senza tramonto. 

A. C.

 

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Luigi Scrosoppi « Padre »  delle orfanelle e delle Suore

Una gloria della chiesa friulana

 « Dobbiamo diventare santi, e grandi santi, ma non santi d'altare », diceva sovente ai suoi il prete friulano p. Luigi Scrosoppi, filippino, oggi proprio lui « santo d'altare ». Non altrimenti si esprimeva il suo venerato padre Filippo Neri: « L'importante è che ci facciamo santi e desideriamo di diventare grandi santi ». Una mirabile consonanza di spiriti, agitati dalla stessa fiamma inesausta d'amore immenso di Dio, che si radicava nella più ardua esperienza ascetica, privilegiata non di rado di esperienze mistiche, e si traduceva in un inarrestabile zelo per il bene spirituale e corporale dei più miseri ed infelici.

 Nella lunga serie di personaggi lungo la storia della famiglia filippina, non sono stati pochi i figli di tanto Padre, che ne hanno onorato la memoria e quasi ne hanno fatto rivivere la presenza, nell'ardore sacerdotale, nello zelo per il bene dei fratelli, nel segno della carità fraterna e della piena letizia. Un'incantevole rifrazione di classiche virtù, che, a loro volta, nei singoli hanno preso un particolare risalto e ne hanno caratterizzato la personalità. Quella del p. Luigi Scrosoppi, l'ultimo in ordine di tempo che la Chiesa pone sugli altari, ne evidenzia le più preclare della spiritualità filippina.

 La storia del nuovo beato - sia detto subito - si presenta distinta in due scomparti o aspetti diversi, sebbene complementari e diversamente documentati: quella del prete oratoriano e quella del padre dei poveri e fondatore d'una congregazione religiosa. Il « padre » delle orfanelle e delle sue suore era, e fu sempre - e tale volle rimanere anche dopo la fine della sua Congrega­zione - il filippino, custode dello spirito dell'istituto e delle sue preziose memorie. Di questo aspetto della sua vicenda, tuttavia, dei dieci anni di vita comunitaria in Congregazione e della sua pratica oratoriana, sfortunata­mente scarseggiano i documenti, e soltanto se ne possono cogliere riflessi nella contemporanea sua attività, proseguita poi fino alla fine, nel campo del suo speci­fico ministero fra le orfanelle e le suore. Queste ebbero il modo, e il merito, di raccogliere memorie, custodire ricordi, redigere e produrre testimonianze particolareg­giate, preziosissime. Ciò che invece per il p. Luigi non si potè avere da parte del suo mondo religioso, per esser stato proprio lui l'ultimo della sua Congregazione pres­soché al tramonto, la quale in modo migliore non avreb­be potuto conchiudere la sua plurisecolare luminosa esi­stenza.

 Soppressa e dispersa la Congregazione nel 1810 (con­tava allora una dozzina di soggetti), al p. Carlo Fila­ferro, fratellastro del Nostro, insieme con altri confra­telli, rimase la cura della chiesa oratoriana di S. Maria Maddalena, ricevuta dalle mani del venerando preposito padre Massimo di Brazza. In quell'ambiente, mantenu­tosi filippino nello spirito, ebbe la sua formazione il pic­colo Luigi, al quale pure arrise presto la vita ecclesia­stica sulle orme di p. Carlo (anche l'altro fratello, Gio­vanni Battista Scrosoppi, era sacerdote). Divenuto prete, il 1° aprile 1827, Domenica di Passione, nella stessa chie­sa celebrò la sua prima Messa e qui, assieme ai padri filippini, aiutati da altri sacerdoti, profuse le primizie del suo ministero all'ombra e dietro l'edificante zelo del fratello, al quale cominciò a prestare aiuto anche nella Casa delle Derelitte, di cui era direttore.

 La Congregazione di Udine era sorta due secoli pri­ma in un Oratorio erettovi nel 1629 dal padovano p. Antonio Cortivo de Santi (1586-1650), fondatore della Congregazione di Padova e in fraterni rapporti con i superstiti figli di San Filippo. La nascita della Congregazione udinese era stata lenta e stentata, fra il 1644 (primo abbozzo del sodalizio) e il 1650, quando un antico collaboratore del De Santi, il p. Gaspare Colombina (1586-1651) si trasferì da Venezia a Udine, dove riuscì a stabilire solide fondamenta alla Congregazione oratoriana; questa fu approvata dalla ducale del giugno 1650 e più tardi dal breve pontificio del dicembre 1702. Al tempo della Restaurazione, vari e difficoltosi furono i tentativi di ripristino del soppresso istituto, già cospicuo centro di vita religiosa nel cuore della città. Ci riuscì alla fine p. Carlo nel 1842, quando gli venne affidata la rettoria della chiesa filippina di S. Maria Maddalena. Il fratello d. Luigi fu il primo ad affiancarglisi come sodale, pieno di speranze che altri, almeno fra gli amici più ferventi lo seguissero. L'appello non fu accolto allora, e soltanto nel 1856 il p. Luigi potè dar vita alla convivenza comunitaria, vincendo, con sorprendente risolutezza, opposizioni e pareri discordi di pur ottime persone. Per realizzare l'intento, non esitò a vendere l'antica casa paterna: la dimora oratoriana necessitava di restauri per potervisi abitare. Per il p. Luigi quello non fu soltanto un generoso distacco: « fu qualche cosa di più - nota il biografo -, perché comportò lo scioglimento da una propria casa e l'entrata, a cinquant'anni, in una convivenza religiosa. Bruciò la nave per rendere impossibile la ritirata ». Erano con lui, al principio della nuova esperienza, un filippino di Venezia e due confratelli udinesi; nel 1856 fu eletto lui preposito. Il compiacimento cittadino fu grande per la rinascita di una istituzione tanto legata, per due secoli, alla storia religiosa della città.

 Dieci anni durò l'esperienza vissuta di vita filippina comunitaria di p. Luigi: una storia di cui appena si conosce di lui la scrupolosa fedeltà alle norme istituzionali della Congregazione, l'osservanza delle tipiche pra­tiche dell'istituto, l'esemplare esercizio del ministero sa­cerdotale, nella direzione spirituale, nell'assistenza agli infermi, nell'apostolato catechistico e del sermone fami­liare. Un'attività, peraltro, sempre intrecciata, e sapien­temente armonizzata, con quella di corresponsabile delle Derelitte, specie dopo la morte del fratello Carlo avve­nuta il 30 gennaio 1854. Il rincrescimento per la scar­sità di notizie per questo non breve né trascurabile periodo della sua esistenza e per questa essenziale espe­rienza della sua vita di filippino, cioè, è compensato dalla consapevolezza indubitata che proprio nello svol­gimento della sua azione di padre e guida responsabile delle due istituzioni - le Derelitte e le Suore della Provvidenza - egli traduceva appunto quello spirito ge­nuinamente oratoriano che aveva informato fin da fan­ciullo la sua vigile coscienza, accanto al fratello e nella chiesa della Congregazione.

 Non è certo difficile ravvisare in p. Luigi tratti, modi, indirizzi squisitamente filippini: le copiose rela­zioni e deposizioni ne sono eloquente testimonianza. Si staglia da queste la sua dirittura vivace, la predilezione per la semplicità e la schiettezza in quanti cura e avvi­cina, la candida immacolatezza dell'uomo prestante, dolce e severo insieme, d'intelligenza lucida, anche se non do­tata di cultura, amabilissimo. Anche le burle, piacevoli e spontanee, di cui è costellata la giornata di lavoro fra le sue figlie, sembrano esemplate sull'incomparabile mo­dello del gioioso prete della Chiesa Nuova. Perfino le umili vicende delle prime sue figlie, agli albori dell'isti­tuto, hanno la grazia e la freschezza di autentici fioretti filippini. Ma è soprattutto nel seguire le linee tipiche della sua spiritualità che si avvertono in padre Luigi chiare consonanze col programma di vita religiosa che padre Filippo commendava ai suoi. Farsi santi, anzitutto: il fondamento indispensabile, insostituibile, l'umiltà. Non era certamente un monito singolare: ma fu indubbia­mente singolare l'insistenza con cui Filippo lo propose e ribadì, e la sincerità e coerenza con cui p. Luigi, l'ebbe come norma direttiva, per sé e per le anime dei suoi. « Umiltà -sottolineava nei suoi propositi -, nello stare, nel parlare, nel domandare »; « L'umiltà e la carità sia manifestata con tutti e in ogni opera: semper mel in ore et mel in corde ». « Sarete presto santa: se vi terrete per un bel nulla; se bramerete di essere abbandonata e tenuta in nessun conto; se accetterete dalla mano di Dio tutto ciò che vi accadrà; se non desidererete che di fare la volontà di Dio ».

 Come il suo fervido padre Filippo, p. Luigi era uomo tutto immerso ininterrottamente in Dio, pervaso da un amore di Lui bruciante. « Fin da giovinetto - assicurano testimoni degni - fu conquistato dall'amore di Dio, e questa fiamma custodita e alimentata da un'intensa vita di pietà, brillò di vivida luce durante tutta la vita ». L'assidua contemplazione del mistero Trinitario e la tenera devozione al mistero dell'Incarnazione (« Inchino profondissimo o genuflessione al Verbum caro dell'Angelus, e talora lagrime di commozione ») ; l'intensa partecipazione alla Passione, per cui si sentiva « con Gesù Cristo offerto all'Eterno Padre in sacrifizio » (la Via Crucis era un suo esercizio quotidiano e il Crocifisso era distribuito in ogni ambiente della casa); la celebrazione della Messa (così affine a quelle memorabili del suo s. Filippo), raccolta, quieta, appassionata, « da serafino », col seguito dei prolungati silenzi d'adorazione nell'umile cappella e nella sua chiesa oratoriana; la cura per il decoro del tempio (anche questa una tradizione squisitamente filippina), espressa anche in massime illuminanti: « Poveri in casa, ricchi in chiesa », « Tutto è grande quello che riguarda il Signore »; la devozione calda, dolce, confidente alla Vergine (fu uno dei propugnatori del culto al Cuore Immacolato di Maria proprio nel tempo in cui sorgeva la prima chiesa oratoriana in Londra, dedicata a questo titolo mariano): appaiono come gli elementi essenziali della sua spiritualità, le linee fisionomiche che ne tratteggiano la figura interiore, modellata e continuamente confrontata su quella del suo padre e maestro Filippo Neri. E come non avvertire tale perfetta consonanza in quella nota distintiva di p. Luigi che caratterizza e impronta tutto il suo intenso operare e le sue stesse iniziative: l'abbandono gioioso e fiducioso nella divina Provvidenza? « Far tutto bene diceva - e poi grande confidenza in Dio »; « soffrire tutto allegramente »; « Fare, patire, tacere! », erano le sue massime, i suoi motti abituali, di schietta derivazione filippina anch'essi. Di tale assistenza provvida per le sue poverette p. Luigi aveva continue prove: perfino interventi straordinari fiorivano dalla sua incrollabile fiducia, e le testimonianze abbondano. « Il Padre celeste non avrebbe certamente lasciato mancare il necessario per le povere fanciulle: legna, polenta, fagiuoli pasta, tutto la Provvidenza faceva arrivare al momento giusto »; e perfino si parlò con fondatezza di moltiplicazione di... scarpe! Appunto aveva collocato la sua istituzione sotto il titolo e la protezione di S. Gaetano Thiene il santo della Provvidenza, a cui era dedicata la chiesetta dell'istituto. Del resto, la sua opera stessa, nata quasi da sé dal cuore di anime grandi, affermatasi per volere preciso di padre Luigi, che da umile granello di senapa la fece crescere in albero frondoso, fu ed è segno visibile di quell'amorosa Provvidenza, in cui il venerato fondatore non cessò mai di sperare e di credere. Già quando egli morì, le Suore della Provvidenza erano distribuite in dodici case; oggi sparse anche al di là dai mari, nell'America Latina, in Africa, in India, superano il migliaio.

 Sulla via tracciata da padre Filippo, fin dal principio camminarono insigni figure di degni suoi figli, che, a distanza di tempo, in circostanze varie e secondo le diverse necessità ambientali, ne ripresentarono le incantevoli fattezze, rifrangendo la dovizia della sua incomparabile personalità. Alcuni pochi, anzi, la Chiesa volle innalzare agli altari, a edificazione e consolazione del popolo di Dio. Uno per secolo, da san Filippo in qua. Il primo fu un antico suo figlio spirituale, il b. Giovenale Ancina (1545-1604), ingegno versatile e spirito d'apostolo infaticabile: morì vescovo di Saluzzo, dopo soli due anni di eroico ministero pastorale. Nel sec. XVII brillò a Fermo la dolce figura del b. Antonio Grassi (15921671. ), uomo apostolico, venerato anche da pontefici, dai lineamenti fisici tanto simili a quelli di padre Filippo. II b. Sebastiano Valfrè (1629-1710), preposito della Congregazione di Torino, fu nel suo tempo difficile, per lo zelo instancabile del suo apostolato e per la completa dedizione ai poveri e agli erranti, l'uomo indubbiamente più popolare della sua città. Per il secolo XIX s'iscrive oggi nella storia viva della Congregazione dell'Oratorio la figura di un altro beato, e questo, oltre tutto, nel segno alto e onnicomprensivo della divina Provvidenza. Anche Luigi Scrosoppi, per le sue peculiari virtù, per le sue scelte e personali caratteristiche, si presenta a buon titolo, come i suoi antichi confratelli, come quelli anzi che vissero accanto al Padre, un figlio autentico di Filippo Neri. Tale egli si sentì fin da fanciullo, anche dopo soppressa la sua Congregazione, e per tutta la vita non smise mai né l'abito né l'osservanza del suo istituto. E fu lo stesso padre Filippo, alla fine, a dargli l'ultimo avviso, come per autenticarne l'appartenenza e per suggellare con la sua chiamata la vicenda di quella mirabile vita. Aveva affermato più volte s. Filippo ai suoi che « il Signore non suole mai mandare la morte a un uomo spirituale, che prima non glielo faccia sapere ». P. Luigi aveva nella sua stanza un busto del Santo chiuso in un'urnetta. Non molto prima della morte, avvertì una sera un discreto bussare a quel vetro: non dubitò che fosse appunto il Padre a chiamarlo, e lo disse con gioiosa naturalezza alle sue figlie dolenti. Andò incontro al Signore, immensamente amato e fedelmente servito per lunghi anni, la sera del 3 aprile 1884, vigilia della festa dei Dolori della Vergine. Più volte aveva confessato il suo s. Filippo: « Per gli uomini di Dio la vita è in pazienza e la morte in desiderio ». 

Antonio Cistellini d. O.

Da « L'Osservatore Romano », 26-27 ottobre 1981.

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Il preposito della rinata congregazione

 

Tentativi falliti

Appena crollato il regime napoleonico e restaurato il dominio austriaco nel Veneto, i padri dell'Oratorio di Udine, superstiti alla soppressione del 1810, tentarono di far rinascere la loro Congregazione. Ebbero subito l'appoggio del Capitolo Metropolitano (essendo allora vacante la sede arcivescovile), che il 13 settembre 1815 rilasciava un autorevole attestato a loro favore.[24] Pochi giorni dopo, il 20 settembre, univano la loro voce per chiedere il ripristino dei Filippini diciotto cittadini, con un memoriale redatto dai conti Filippo Florio e Vittorio Mattioli; tra i firmatari, accanto a parecchi nobili, ci sono alcuni borghesi, uno dei quali il sig. Domenico Scrosoppi. Ma la petizione non ebbe allora alcun esito.

 Le speranze si riaccesero dopo che l'imperatore d'Austria Francesco I nella sua risoluzione data a Spalato il 17 maggio 1816 dichiarava che « relativamente al ripristino delle Congregazioni Ecclesiastiche e Regolari, è sua volontà che nel Regno Lombardo-Veneto siano ristabilite quelle Comunità che dalla Chiesa e dallo Stato sono chiamate all'educazione ed istruzione della gioventù, poi all'accoglimento ed alla cura dei poveri orfani, derelitti ed infermi, indi all'assistenza e alla cura delle anime e nel Confessionale ». Ma, nonostante il parere  favorevole del Governatore veneto conte Göes neppure questa volta si riuscì a nulla. Una grossa difficoltà era costituita dal fatto che la casa della Congregazione - ora sede della Questura - era occupata dalla R. Delegazione e da altri Uffizi Provinciali ad essa immediatamente subordinati.

          Invano i Padri rivolsero il 25 giugno 1822 una petizione all'Imperatore perché quella casa venisse loro restituita, non senza far osservare che era un edificio « non del tutto adatto a tale Magistratura », od almeno per otte­ nere un sussidio allo scopo di provvedersene una nuova. Il 31 maggio 1823 il vescovo mons. Lodi scriveva « Alli Sacerdoti già appartenenti alla Congregazione dell'Oratorio di S. Filippo e segnatamente al M. R. Londero » che l'I.R. Aulico Dicastero aveva il 17 maggio respinto la domanda; aggiun­geva poi che lui e tutti i buoni eran pronti ad aiutarli, data la « religiosa ed edificante loro cooperazione ».

 Non è noto per quali motivi la proposta del vescovo non venne raccolta. Intanto scomparivano i superstiti oratoriani: il p. Antonio Londero nel 1830 e il p. Vincenzo Colavizza nel 1840, successivamente rettori della chiesa di S. Maria Maddalena. In quel periodo si era ottenuto soltanto che l'Oratorio annesso alla chiesa, e già adibito a magazzino di fieno, venisse riconosciuto di proprietà della chiesa stessa; cosa dichiarava il Governo con dispaccio del 13 luglio 1831, rilevando però che chiesa ed oratorio restavano di giuspatronato ed il rettore era considerato solo quale custode dei fabbricati.

 Alla morte del p. Colavizza, fu nominato da mons. Lodi rettore della chiesa il p. Carlo Filaferro, che si mise immediatamente all'opera per attuare il sospirato ripristino.

 

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L'acquisto della Casa Braida

 Sino dai primi anni del 1841 egli era in trattative con i fratelli Francesco e Nicolò Braida per comperare una casa adiacente all'Oratorio, al N° 1850 di allora, accanto al primo arco del portico di via Vittorio Veneto, nell'estrema parte a nord dell'attuale Palazzo delle Poste. I due fratelli Braida, che appartenevano ad una famiglia originaria da Oleis, del tutto diversa da quella del celebre mons. Pietro Braida, si mostrarono ben disposti verso i progetti del p. Carlo, forse pressati anche dalla figlia di Francesco, Paolina, allora ventenne, che andrà sposa a Pietro Ugonnet e sarà poi sempre benefattrice affezionata delle opere del Servo di Dio; essi del resto avevano il proprio palazzo a metà del lato occidentale di via Aquileia.

 Mons. Lodi approvava il 23 aprile 1841 le trattative, suggerendo solo « allo instancabile e sempre virtuoso don Carlo Filaferro » di fare un primo esborso alla immissione in possesso, perché fosse « un suggello ed un eccitamento a compiere l'impresa » , ma di includere nel contratto che « fosse sciolto da ogni e qualunque impegno di fare l'acquisto della casa stessa, se entro l'anno non riuscisse a chi si spetta di ottenere la superiore sanzione nel ripristino de' Padri Filippini in questa R. Città ».

 Il contratto fu steso il 26 gennaio 1842; per esso la casa detta già dei De Simeonibus, poi dei Daneluzzi ed ora dei Braida, veniva ceduta a p. Carlo per la somma di austriache lire 28.000, da pagarsi in rate di tre mila  entro cinque ani. Per coprire tale somma mons. Lodi aveva nominato una Commissione composta da canonici - mons. Darù e mons. Bearti -, da delegati dei parroci cittadini e da alcuni nobili, della quale era segretario il sig. Gio. Batta Zerbini, ex-ispettore provinciale scolastico, fecondo drammaturgo, uomo di grande pietà ed amicissimo dei due fratelli p. Carlo e p. Luigi. Ventotto persone s'eran sottoscritte per somme diverse; per mille fiorini lo stesso mons. Lodi e don Pietro Billia; per ottocento la contessa Clementina Poccia; per seicento don Stefano Feruglio, zio paterno del futuro mons. Antonio; per cinquecento la contessa Teresa Bartolini ed i monsignori Darti e Planis; e tra gli altri troviamo quasi tutti gli « amici » dei due Fondatori, fra cui i monsignori Tonchia, Mazzaroli e Bearti, don Benedetti, il sig. Giuseppe Cernazai e lo zio Gabriele Pecile. La casa era, in verità, piccola e malcombinata. Padre Carlo la sistemò alla meglio ed andarono ad abitarvi dopo un certo tempo don Benedetti e don Domenico Deotti.

 Finalmente, su istanza del Vescovo appoggiata anche dal Municipio di Udine, il 9 aprile 1842 l'Imperatore approvava il « ripristino della Congregazione dei Filippini in Udine, sotto la condizione che la medesima non cada mai a carico dell'Erario od altro fondo pubblico, e che deggia prestarsi nella cura delle anime in dipendenza dell'Ordinario Diocesano, conservando poi clementemente la corrisponsione in corso di annuale Lire 344,82, alla chiesa di S. Maria Maddalena da cedersi definitivamente alla Congregazione... ». Mons. Lodi ne dava notizia a p. Carlo con una lettera esultante del 15 maggio che terminava: « Il primo però ed il comune nostro debito essendo quello di intuonare un Inno di grazie a Dio pel consolantissimo avvenimento, concerteremo quindi il tempo ed il modo per questo tenero sfogo della nostra riconoscenza ». 

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La ricostituzione del 1846

 La burocrazia, però, impose la sua parte di pazienza. E p. Carlo dovette insistere ancora per tre anni presso il Governo di Venezia perché fosse mantenuto quanto aveva sancito la risoluzione sovrana del 9 aprile 1842, cioè il passaggio della chiesa alla proprietà della Congregazione. Finalmente il 4 ottobre 1845 il can. Faraj scriveva da Venezia al p. Carlo: « Evviva! Evviva! In questo giorno sacro, a s. Carlo Borromeo, con cui molto bene se la intendea s. Filippo, in questo giorno, benché ad ora tarda, mi pervenne la sicura notizia del Decreto favorevole pei Filippini di Udine ». La consegna della chiesa venne fatta effettivamente l'8 gennaio 1846. P. Carlo aveva domandato e sperato che il Governo non avesse ceduto solamente la chiesa, ma anche una parte dell'abitazione retrostante alla casa Braida, già di proprietà dei Filippini, che dava sull'attuale via della Prefettura e che porta tuttora lo stemma della Congregazione; ma in questo non fu esaudito. Ad ogni modo si decise di ricostituire la Congregazione. Il 26 maggio 1846 essa veniva infatti ripristinata con quattro membri: p. Carlo preposito, l'antico spio confratello p. Antonio Specie, p. Luigi Scrosoppi e il fratello laico Lorenzo Menon, pure superstite dell'antica comunità.

 Non si pensò, tuttavia, allora a una ricostituzione canonicamente formale, intendendosi piuttosto la rinata convivenza come la continuazione dell'antico istituto violentemente interrotto nella sua atività, né venne, per allora, ripristinato nella regolare vita comunitaria. Probabilmente la casa Braida non vi si prestava, e forse anche perché i fratelli p. Carlo e p. Luigi preferirono continuare ad abitare col vecchio padre Domenico Scrosoppi nella sua casa paterna di via Ruscedo. Lo Specie continuò a prestare servizio quale cappellano della Metropolitana. Sussitevano anche altri inconvenienti: alcuni sottoscrittori non avevano mantenuto le promesse e restava uri debito di 6000 lire verso i Braida, mentre erano già scaduti í cinque anni stabiliti nel contratto. Il 2 luglio 1846, appena ricostituita la Congregazione, i Filippini, con una circolare a stampa, chiesero aiuti per poter continuare i lavori di sistemazione della casa (c'era dunque viva la speranza di riprendere la convivenza), preventivati in dieci-dodicimila lire. L'appello, sfortunatamente, non incontrò il favore sperato. 

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Vitalità della chiesa di s. Maria Maddalena 

L'8 giugno 1849 il piissimo arcivescovo mons. Zaccaria Bricito compiva la visita pastorale della chiesa di S. Maria Maddalena e vi trovava « tutto a dovere ». In una relazione, stesa l'indomani dal p. Carlo Filaferro, è tracciata particolareggiatamente l'ininterrotta attività ministeriale che vi si svolgeva, per cui quella chiesa continuò a essere uno dei centri di vita religiosa della sua città. Vi officiavano ben dodici sacerdoti fin dal 1848. Oltre al can. nob. Cassacco e al nob. d. Carlo de Pace che abitavano nei pressi, c'erano il p. Carlo con i suoi due fratelli Luigi e Gio. Battista Scrosoppi, l'amico mons. Bearti, don Pietro Benedetti, i professori del Seminario Gio. Maria Barbaria, de Pollonia; inoltre Francesco Fantoni, don Domenico Someda e don Antonio Banchigh, che si farà gesuita.

 Intanto alla piccola famiglia filippina, che era al cuore della attività pastorale di S. Maria Maddalena, il 10 dicembre 1850 fu aggregato don Domenico Deotti della diocesi di Concordia, nato a Postoncicco di Valvasone nel 1801 e trasferito a Udine dal 1846, che andò allora ad abitare nella casa Braida con don Pietro Benedetti. Ma il p. Carlo non vide il coronamento completo dei suoi desideri: il ripristino vero e proprio della Congregazione spetterà al fratello p. Luigi. Colpito da malore nell'autunno 1853, un secondo attacco lo portò a morte il 30 gennaio 1854. Si aggiunse allora don Valentino Liccaro a servizio della chiesa. 

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Il memoriale di don Pietro Benedetti 

Tre giorni dopo la scomparsa del p. Carlo, alle 18 del 2 febbraio, si adunarono nella Casa della Congregazione i sacerdoti Pietro Benedetti, Luigi Scrosoppi, Antonio Specie, Francesco Fantoni, Domenico Someda e Domenico Deotti « all'oggetto di nominare un nuovo rappresentante la Congregazione medesima ». Venne eletto all'unanimità don Pietro Benedetti, e l'arcivescovo mons. Trevisanato diede la sua approvazione, nominando poi il Benedetti rettore della chiesa di S. Maria Maddalena con suo decreto del 4 febbraio 1856.[25]

 Il 21 maggio 1854, su invito del Benedetti, si riunirono gli stessi sacerdoti in una stanza della Congregazione e don Benedetti lesse una sua « Memoria intorno alla ripristinazione dei Filippini in Udine ».

 La relazione incomincia ricordando il Progetto del 29 gennaio 1841, col quale mons. Lodi aveva istituito la Commissione di cui s'è detto. Un comma vi diceva: « Non effettuandosi l'istituzione dei Filippini o cessando entro 15 anni dalla fondazione, per qualsivoglia causa, gli oblatori o loro eredi sieno in diritto di riavere la somma sborsata, ovvero le somme proporzionali agli esborsi, nel caso che la vendita (della casa) si facesse per un prezzo minore di quello dell'acquisto. Cessata l'istituzione dopo i 15 anni, il locale acquistato abbia a restare in proprietà di Mons. Vescovo pro tempore coll'obbligo al medesimo di destinarlo a qualche oggetto di pubblica, perenne, patria e pietosa beneficenza ».

 Poi il Benedetti prese a dimostrare che il ripristino non era effettivamente avvenuto; e che, se pur si voleva considerare avvenuto l'8 gennaio 1846 con l'atto di consegna della chiesa, i quindici