En Construcción

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B.Luigi Scrosoppi

 

Attendendo la canonizzazione imminente del Beato Luigi Scrosoppi, dell’Oratorio

                                                                                     IMPRIMATUR

                                                                             Edoardo Aldo Cerrato dell'Oratorio

Introduzione.
Scheda biografica del B. Luigi Scrosoppi, d.0.

Dal decreto sulla eroicita delle virtù.
Padre Luigi Scrosoppi, Beato Filippino
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La Congregazione Oratoriana Di Udine
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P. Luigi Oratoriano.
Luigi Scrosoppi « Padre »  delle orfanelle e delle Suore
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Il preposito della rinata congregazione
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Tentativi falliti
L'acquisto della Casa Braida
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La ricostituzione del 1846
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Vitalità della chiesa di s. Maria Maddalena.
Il memoriale di don Pietro Benedetti
La Congregazione si riapre
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Due belle pagine spirituali

Vicende interne della Congregazione Filippina
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Soppressione e confisca
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Spirito filippino
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Con slancio totale operò per i fratelli
 

 

Introduzione

 L'imminente canonizzazione del B.Luigi Scrosoppi costituisce un avvenimento di notevole rilievo nella storia dell'Oratorio.
Nella lunga serie dei discepoli di San Filippo Neri che si sono distinti per le loro virtù e si sono imposti all'attenzione del popolo cristiano per la loro santità, P. Luigi, infatti, è il primo ad entrare, per autorevole giudizio della Chiesa, nell'elenco dei Santi.
Disse di lui Giovanni Paolo II nell'omelia della beatificazione, il 4 ottobre 1981: “Padre Luigi entra nella Congregazione dell'Oratorio e ne fa un dinamico centro di irradiazione di vita spirituale. Nella sua vite; spesa totalmente per le anime, egli ha avuto tre grandi amori: Gesù, la Chiesa ed il Papa, ed i “piccoli“ : Fin da giovanissimo sceglie Cristo e lo ama, contemplandolo povero ed umile a Betlemme; lavoratore a Nazaret; sofferente e vittima nel Getsemani sul Golgotha; presente nell'Eucarestia. "Voglio essergli fedele -ha scritto- attaccato perfettamente a Lui nel cammino del cielo e riuscire una sua copia' : A fondamento della sua molteplice attività pastorale e caritativa, c'è una profonda interiorità; la sua giornata è una continua preghiera: meditazione, visite al SS. Sacramento, recita del Breviario, Via crucis giornaliera, Rosario ed, infine, lunga orazione notturna. Luminoso ed efficace esempio di equilibrata sintesi fra vita contemplativa e vita attiva "
E nel Breve 'Pia Mater Ecclesia' in cui decreta a P.Luigi gli onori degli altari, lo stesso Pontefice dichiara: "Vivendo ed operando in tal modo, egli aderì alla volontà di Dio, ma così nascostamente da essere ignorato dagli uomini (... ). Il motto “fare, patire, tacere" che senza dubbio esprimeva il suo stile di vita, si accordava chiaramente anche con il suo proposito di vivere il terzo grado dell'umiltà”.

A noi che di P. Luigi siamo confratelli nell'appartenenza al medesimo ideale e nel cammino sulla medesima "via Oratorii” (cfr.Constit., Admonitiones B: "Questa è pertanto la via nella quale San Filippo volle che i suoi camminassero mantenendosi in piena libertá di modo che l'avanzamento nelle virtù fosse anche una pia emulazione nella perfezione, presupposto della stessa perseveranza in seno alla Congregazione.") interessa, in modo particolare, scrutare nell'esercizio delle virtù e nel servizio pastorale e caritativo di P.Luigi la dimensione oratoriana, che emerge nettissima non solo negli anni della sua aggregazione all'Oratorio di Udine, ma anche in quelli che la precedettero e la seguirono, quell'impostazione che rilevava Raffaerle Nogaro in un articolo sul settimanale diocesano di Udine: "Si fece ben presto prete dell'Oratorio e promosse tra i suoi confratelli quella profonda comunione e quella amicizia spirituale che erano state l'ideale dell'Oratorio fondato a Roma da S.Filippo Neri".

Padre Luigi fu discepolo di Filippo Neri fin dall'infanzia: visse infatti nella casa paterna per così dire "affidato" al fratello P.Carlo - che abitava in famiglia a causa della soppressione dell'Oratorio - e frequentò la chiesa dell'Oratorio soppresso, nella quale ancora officiavano i Padri costretti a disperdersi: In quella chiesa, tanto cara al suo cuore e tanto importante per la sua formazione; celebrò la Prima Messa, e li iniziò il suo ministero, oratoriano nell'anima dal momento che non lo poteva essere giuridicamente.
E quando il fratello P.Carlo, mutate le situazioni politiche, si dedicò con forte impegno a ricostituire la Congregazione, P.Luigi gli fu accanto con un entusiasmo che non era solo motivato dall'affetto per il fratello, ma dalla stima per l'ideale che P.Carlo aveva abbracciato scegliendo, in tempi difficili per l'Oratorio, una Congregazione sulla quale pesava l'imminente, previsto provvedimento di soppressione.
Terminata la vita terrena di P.Carlo senza che la ricostituzione fosse giunta pienamente ad effetto, P.Luigi impegnò le sue energie e persino i beni di famiglia per realizzare quel sogno di cui era profondamente partecipe, e riuscì a compiere ciò che P.Carlo non aveva potuto attuare.
La triste condizione politica e storica del secolo XIX portò, nell'arco di un decennio, alla distruzione, addirittura materiale, dell'Oratorio che P.Luigi aveva ristabilito con fatiche pari all'amore che nutriva. Ma il discepolo di S. Filippo continuò a considerarsi e a firmarsi "dell'Oratorio" fino al termine della vita, vincendo con la sua appartenenza all'ideale filippino i colpi tremendi che quel secolo diede anche alle nostre Congregazioni. Non ne abbandonò l'abito, indossato fino alla fine come una livrea amata, quell'abito stinto e consunto che le sue figlie conservano ad Udine come preziosa reliquia della sua fedeltà all'Oratorio e della sua inesausta carità; e "presbyter Oratorii" fu scritto sulla pietra tombale del Padre, tanto quella qualifica gli era cara e familiare.
L'Oratorio, che vide distrutto dalla violenza di una ideologia che si autoproclamava liberale, gli restò nel cuore, con intatto il suo patrimonio di ideali.
E a più di un secolo dalla sua morte, è commovente per noi riflettere sul fatto che il miracolo approvato per la sua canonizzazione proprio a favore di un confratello oratoriano il Beato Luigi lo ha ottenuto, quasi volesse dirci: voi siete sempre i miei confratelli!
Uno studio approfondito della dimensione oratoriana del Beato forse ancora manca.
Questa breve raccolta di articoli ha solo l'intento di fornirne qualche traccia, nell'attesa che qualcuno, accogliendo l'invito, si dedichi ad una ricerca più ampia. Ne scaturiranno, certamente, ricche vene di spirito oratoriano, quelle che hanno plasmato l'attività pastorale e lo stile apostolico di P.Luigi, i1 suo modo di rapportarsi con le persone prima ancora che con i loro problemi, un metodo che facilmente riconosceremo filippino.
Attendendo (imminente, solenne proclamazione della santità di P.Scrosoppi, noi, suoi confratelli, iniziamo a contemplarne il fulgore.

P.Filippo che venne ad annunciargli vicina l'ora dell'ingresso in cielo, bussando tre colpi sul vetro della teca in cui P.Luigi ne conservava il busto e la reliquia, attraverso la canonizzazione del suo discepolo bussa oggi alla porta dei nostri Oratori e ci ripete qual è l'ideale.

Edoardo Aldo Cerrato dell'Oratorio

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Scheda biografica del B. Luigi Scrosoppi, d.0.

 1804

Il 4 agosto Luigi Scrosoppi nasce ad Udine, in una famiglia che ha ricevuto il dono del sacerdozio per i suoi tre figli.

1817

Entra nel Seminario arcivescovile di Udine, come allievo esterno. Accanto al fratello P. Carlo, d.0. vive tra i Filippini che, soppressi, continuano ad esercitare ad Udine il loro ministero nella chiesa di S.Maria Maddalena, e gli si accende nel cuore l'amore per S. Filippo Neri.

1827

Il 31 marzo è ordinato sacerdote. Il 1 aprile, assistito da P. Carlo e dal fratello don Giovanni Battista, celebra la Prima Messa. Coadiuva il fratello Carlo nella direzione dell'umile Istituto "Casa delle Derelitte".

1830

Il desiderio di una vita evangelicamente perfetta lo inclina a farsi cappuccino: l'Oratorio è ancora soppresso ed il Convento dei Cappuccini in Udine è tra le prime istituzioni che riprendono vita. Due forti motivi gli paiono voci dal cielo che lo trattengono nella decisione: l'aiuto di cui P.Carlo abbisognava e le necessità dell'opera.

1834-36

Con il proprio patrimonio e con i contributi della carità cittadina il due fratelli trasformano la "Casa delle Derelitte" in un vasto edificio, capace di raccogliere un centinaio di orfane e di fanciulle abbandonate, e di dare assistenza a più di duecento ragazze esterne.

1837

Il 2 febbraio le prime "maestre" si stabiliscono nell'Istituto. Don Luigi si dedica alla loro formazione spirituale e religiosa: è l'alba della Congregazione delle Suore della Provvidenza.

1845

Il 25 dicembre la Congregazione delle Suore nasce ufficialmente.

1846

P.Carlo ottiene il ripristino legale della Congregazione dell'Oratorio di Udine. Don Luigi vi entra.

1856

P.Luigi realizza il sogno di P.Carlo, morto nel 1854 senza la gioia di vedere riunita la Congregazione per la quale aveva ottenuto lo statuto giuridico di ripristino: inizia la vita comune e diventa Preposito della Comunità.

1856-1884

P.Luigi vive un trentennio irto di difficoltà. Misera, malattie endemiche e guerre travagliano le sue opere; leggi eversive le ostacolano; l'anticlericalismo lo fa oggetto di persecuzione. Continua a dirigere la Casa delle Derelitte; lotta fino agli estremi per impedire la nuova soppressione della risorta Congregazione filippina.

1884

Il 3 aprile ad Udine conclude la sua vita terrena.

1932

Il 12 febbraio si apre il processo diocesano sulla fama di santità e le virtù.

1964

Il 27 febbraio è introdotta la causa di beatificazione. Il 3 novembre inizia il processo su due guarigioni ritenute miracolose ed attribuite all'intercessione di P.Luigi.

1978

Il 12 giugno S.S. Paolo VI promulga il decreto stilla eroicità delle virtù e P. Luigi è dichiarato "Venerabile".

1981

Il 31 gennaio S.S. Giovanni Paolo II promulga il decreto sull'autenticità dei due miracoli attribuiti all'intercessione di P.Luigi, a favore di Rocco Sartorelli e di Siro Marizzoli. Il 4 ottobre: solenne beatificazione.

2000

il 1 luglio S.S.Giovanni Paolo II promulga il decreto sulla autenticità del miracolo attribuito all'intercessione del B.Luigi, a favore di fr.Chungu Shatima, d.0. di Oudtshoom.

 

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Dal decreto sulla eroicita delle virtù

Il servo di Dio apparve guidato dallo Spirito Santo, arricchito dei suoi carismi, arrivato alla pienezza dell'età di Cristo, maestro con la parola e l'esempio della perfezione religiosa. Intimamente compenetrato delle verità della fede, al mistero della SS. Trinità inabitante nell'anima tributò la sua adorante adesione, ad essa indirizzando, con celeste prudenza, ogni sua azione.
Trascorreva molte ore del giorno nella preghiera e meditazione, soprattutto dei misteri della Passione e Incarnazione del Signore, sul SS. Cuore, vegliando anche di notte dinanzi alla SS. Eucaristia.
Nella celebrazione della S. Messa dimostrava il fervore di un serafino. Venerava e amava da figlio amantissimo la B. Vergine; devotissimo dei santi, li amava e imitava. Spesso la sua speranza fu premiata da Dio con fatti straordinari.
Si sentiva servo del prossimo, ad esempio di Gesù che era venuto “non per essere servito ma per servire”  (Mt 20, 28). Persino gli avversari riconobbero la sua somma giustizia. Durò costante nel tollerare con pazienza mali e avversità, nel continuare le opere intraprese, aspettando solo da Dio la corona di giustizia.

Restano ai posteri questi insegnamenti del servo di Dio: difendere con santa intrepidezza, anche in periodi di lotta, la missione e i diritti della Chiesa nelle istituzioni educative e caritative; compiere fedelmente ogni anche piccolo dovere, ma, se chiamati per vocazione divina a grandi cose, darsi virilmente; aderire intimamente al magistero della Chiesa; giovare grandemente alla società con opere di carità e di educazione cristiana. A tanto siamo stimolati dall'esempio del servo di Dio, che attraverso la sua congregazione innumerevoli giovani ridonò al bene d'ella società e migliaia di ammalati restituì sani, tutti sempre indirizzando alla speranza della vita eterna.

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Padre Luigi Scrosoppi, Beato Filippino

Nessuna delle molte case oratoriane estinte ebbe a conchiudere la sua lunga storia in tanta luminosa bellezza come la Congregazione di Udine. L'ultimo suo figlio e sodale, il p. Luigi Scrosoppi, aureolato di santità da vivo, è stato ora innalzato all'onore degli altari.[1] È il quarto dei figli di s. Filippo Neri, insignito dalla Chiesa del titolo di beato. Lo hanno preceduto, scaglionati lungo tre secoli, Giovenale Ancina (1545-1604), già accolto in Congregazione dal Santo e con lui vissuto; il fermano Antonio Grassi (15921671), dolce ripresentazione di padre Filippo perfino nelle sue sembianze; il piemontese Sebastiano Valfrè (1629-1710), grande anima d'apostolo e di padre dei poveri.

La vita di Luigi Scrosoppi (1804-84) si snoda lungo il secolo XIX, e ne partecipa al vivo le agitate vicende che, con altre istituzioni, colpirono anche ciò che a lui e ai suoi era più caro, la sua Congregazione, della quale visse le ore più trepide e ne vide il tramonto.

La Congregazione Oratoriana Di Udine

Come della maggior parte delle congregazioni estinte, anche di questa non è ancora stata pubblicata la storia, che ne illustri avvenimenti e uomini nel contesto della vita religiosa cittadina di oltre due secoli. Fortunatamente di essa è stato conservato un cospicuo materiale documentario, giacente ben catalogato, presso l'Archivio di Stato di Udine, l'Archivio della Congregazione Suore della Provvidenza, l'Archivio Arcivescovile, l'Archivio Capitolare, la Biblioteca Arcivescovile, la Biblioteca Civica di Udine[2].

In seguito alla canonizzazione di s. Filippo (1622) e alla rapida e larga diffusione del suo culto e delle sue istituzioni, anche a Udine, come in varie città del dominio veneto, furono introdotti gli esercizi dell'Oratorio tra i confratri della esistente Scuola del SS. Crocifisso dal 9 giugno 1629. A dar volto più autentico e maggior consistenza all'iniziativa fu un insigne filippino padovano, venuto (probabilmente invitato) a Udine il 15 agosto 1630: il p. Antonio Cortivo de Santi.[3 Un personaggio, questo, di primo piano, anche se la sua memoria è caduta ingiustamente in oblio. Nato in Padova il 4 novembre 1586, fu condiscepolo all'Università del nobile trevigiano Odorico Rinaldi,[4] poi oratoriano in Roma e celebre continuatore del Baronio; in Padova ebbe contatti anche con l'anziano p. Luigi da Ponte, uno dei primi della comunità vallicellana, allora primicerio della Cattedrale. Sacerdote nel 1614, nel 1620 recatosi a Roma, ebbe ragguagli sulla Congregazione, oltre che dal Rinaldi, dall'autorevole p. Pietro Consolíni, e, dietro loro consiglio, tornato in patria diede vita alla Congregazione padovana, eretta nel 1624 insieme con i padri Vincenzo Erricci e Pietro Braga.[5] L'entusiasmo riscosso per l'efficacia della nuova e singolare istituzione, indusse il de Santi a propagandane in varie località del veneto l'erezione di oratorii secolari. Poco dopo la sua prima sosta a Udine, l'Oratorio si diede delle regole, che furono approvate dall'Inquisitore.[6] Dopo la peste del 1630, il De Santi riprese le sue peregrinazioni per varie terre, e nel giugno 1638 tornò a Udine dove si trattenne più a lungo; fra l'altro, istituì un oratorio di s. Filippo per le donne in S. Cristoforo,[7] predicò in Duomo, sanò discordie e lasciò grato ricordo di sé. Fu certamente il De Santi a consigliare i confratelli dell'Oratorio ad avviare la Congregazione, a tempo e luogo. Crescendo intanto il numero dei sodali, dall'Ospedale fu concesso all'Oratorío la fatiscente chiesa di S. María Maddalena, dove il primo novembre 1643 furono trasferiti gli esercizi;[8] poco dopo anche le case vicine poterono esser usate dall'istituzione. A questo punto si avviò il progetto di dar vita alla congregazione, e, per realizzare presto il suggestivo disegno, si chiese a Brescia la prestazione di un padre, che avviasse l'impresa. La risposta del 19 marzo 1644 fu negativa: dovevano essi mandare un soggetto in qualche congregazione per meglio istruirsi. Varii tentativi, esperiti in quegli anni, fallirono uno dopo l'altro, finché giunse determinante l'aiuto di un altro padovano, anch'egli discepolo del de Santi, il p. Gasparo Colombina, già suo collaboratore nella fondazione di Padova.

Un personaggio singolare anche il Colombina. Nato in Padova nel 1586, di professione libraio, si ammogliò e, rimasto vedovo con una figlia dopo soli quattro anni di matrimonio, dietro consiglio del suo direttore, il coetaneo p. De Santi, si fece sacerdote e fu tra i primi sodali di quella congregazione. Nel 1644, fatto oggetto di persecuzioni, si ritirò a Venezia, sempre sotto la direzione del Santi, e sempre in veste di oratoriano, dedicandosi alla direzione dell'Oratorio dei Mendicanti e ad altre opere pie. Ebbe fra i suoi figli spirituali Ermanno Stroiffi, che poi nel 1662 fondò la Congregazione filippina di Venezia nella chiesa della Madonna della Fava.[9] Nel 1648 l'udinese confratello dell'Oratorio secolare, Giovanni Battista Capodaglio, speziale, lo incontrò in Venezia e, conosciutolo come filippino, lo scongiurò di portarsi nella sua patria per dar vita finalmente alla Congregazione. Aderì il Colombina e, insieme col chierico Antonio della Valle, giunse a Udine l'11 novembre 1649. Presto si aggregarono alla nascente Congregazione alcuni membri fra i confratri dell'Oratorio: il p. Carlo Paolo Soardo, il medico Francesco Percotto, il sacerdote Giuseppe de Pace, don Giuseppe Miliana.[10] Il 7 giugno la Congregazione venne ufficialmente eretta per la ducale del 7 giugno 1650, e nello stesso anno, il 17 settembre, la città la prese sotto-il suo patrocinio. Il Colombina, vero fondatore della Congregazione udinese, si spense il 28 luglio del 1650, testando in favore della sua famiglia religiosa, di cui fu il primo preposito.[11]

Gli successe il p. Giuseppe de Pace entrato in Congregazione da due mesi. Le prime elezioni si tennero il 31 dicembre 1657, dopo di che furono eseguite varie opere di rinnovamento nella chiesa, accanto alla quale era già stato eretto l'oratorio. Nell'estate del 1671 il preposito e il p. Giovanni Micesio furono inviati a Venezia e a Padova per apprendere l'esatta maniera del vivere oratoriano, di cui quelle case erano meglio istruite per averlo appreso direttamente a Roma.[12] L'anno seguente il p. Leandro Colloredo mandò loro scritti del Consolini e dello Spada, di commento alle Costituzioni, e lo stesso, fatto cardinale, nel gennaio 1691 mandò, come preziosa reliquia, un libro appartenuto a s. Filippo, di devozioni varie.[13] Il 20 ottobre 1693 mori ottuagenario, universalmente compianto, il p. Giuseppe de Pace (era nato il 22 luglio 1613 ) dopo quarant'anni di governo della Congregazione, durante il quale fu costruito l'edificio nuovo della comunità filippina, che dovette, fra l'altro, superare una grave e onerosa vertenza giudiziaria col conte Ermes Colloredo[14] Succedette al De Pace il p. Girolamo Valvasone, nobile udinese, sotto il quale, essendo cresciuto il numero dei fratelli secolari, fu costruito l'oratorio nuovo, aperto nell'agosto 1702[15]  Datato il 9 novembre 1705, venne il breve di conferma pontificia della Congregazione udinese, con la ratifica del Patriarca d'Aquileia Dionisio Dolfin del 29 aprile 1706[16]   e l'approvazione dell'autorità veneta. Il 19 agosto 1715 dal patriarca d'Aquileia Dionisio Dolfin fu posta la prima pietra della nuova chiesa dedicata pure a s. Maria Maddalena, come la precedente demolita; fu benedetta dallo stesso Patriarca il 19 agosto 1717 e fu consacrata dall'arcivescovo Gian Girolamo Gradenigo il 19 maggio 1784.[17]   La Congregazione prese sempre più consistenza, lungo tutto il secolo XVIII, anche se non ebbe mai un numero rilevante di soggetti, conforme, del resto, alla fisionomia di tutte le case filippine, viventi a regime familiare. Divenne tuttavia un centro di vita religiosa distinta e qualificata; alla chiesa di s. Maria Maddalena concorreva una parte scelta della città, soprattutto per la direzione spirituale, tanto erano in considerazione quei padri, esponenti, ordinariamente, della nobiltà cittadina. Fra essi spiccarono figure di chiara fama, per dottrina e santità di vita, il cui ricordo meriterebbe di essere rinverdito.[18] 
Le funeste vicende che colpirono le istituzioni religiose sulla fine del secolo, coinvolsero anche la Congregazione udinese, a cominciare del 1787. Il 27 marzo ci fu la prima occupazione della casa, a cui seguì, il 6 giugno, la confisca dell'argenteria.[
19]    Decretata la soppressione degli ordini religiosi, il 16 settembre il preposito p. Massimo di Brazzà con un altro padre si recò a Passariano, dove fu ricevuto benevolmente dal generale Bonaparte che diede loro buone assicurazioni sull'incolumità della casa oratoriana.[20] Poco dopo fu stipulato il trattato di Campoformio (17 ottobre) e la comunità fece di nuovo omaggio di sudditanza all'imperatore nelle mani del generale austriaco Manfrault.[21] L'attività della Congregazione continuò senza interruzione per qualche anno ancora: si aggiunsero nuove reclute, e sempre alto rimase presso tutti il credito dell'istituto, soprattutto nelle difficoltà in cui esso doveva operare, ogni giorno crescenti. La soppressione, scongiurata anche nel 1808 e nel 1809, divenne definitiva nel maggio 1810: i padri dovevano lasciare la casa entro tre settimane; soltanto effetti personali avrebbero potuto portare con sé, tutto il resto sarebbe dovuto passare al demanio.[22] Fu lasciata aperta al culto la chiesa, che continuò ad essere ufficiata da alcuni dei pochi filippini rimasti in città. La comunità contava allora dodici membri, sotto il governo del p. Massimo dei conti di Brazzà, insigne figura di santo sacerdote, morto nel 1812; per unanime volontà di popolo, la salma fu sepolta nella sua chiesa della Maddalena.[23] 

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P. Luigi Oratoriano 

È nel pieno di queste dolorose vicende che s'inseriscono alcuni particolari che hanno connessione con la storia del nostro Beato. Il 18 ottobre 1798 era stato accolto in Congregazione il p. Gaetano Salomoni, veronese, proveniente dalla appena soppressa Congregazione di Mantova: era sacerdote e da poco triennale: fu uno dei pochi rimasti poi in Udine e zelante apostolo di bene. Il 2 settembre 1806 fu presentato alla Congregazione il ventenne udinese, in minoribus, Carlo Filaferro, che, subito accettato, entrerà con un altro il 6 seguente. Era fratellastro del beato Luigi, che aveva allora appena due anni. Carlo ricevette il sacerdozio il 24 settembre 1809 e il giorno seguente celebrò la prima messa nella chiesa oratoriana di S. Maria Maddalena. L'anno successivo avveniva la soppressione della Congregazione e il padre degli Scrosoppi, Domenico, pensò di acquistare una casetta vicino alla chiesa, mantenendo così vivo un focolaio religioso, nel cui ambiente si formò lo spirito del futuro beato. 

Frattanto il p. Gaetano Salomoni, uno dei superstiti della dispersa Congregazione, insieme con l'ex barnabita p. Andrea Scipioni e con l'appoggio di autorevoli signore, diede principio alla Casa delle fanciulle derelitte, per la quale si associò la collaborazione del p. Carlo Filaferro. Questi, dopo varie vicende dell'istituzione, ne divenne direttore nel 1822, quando il p. Salomoni si ritirò a Verona, sua patria. Il p. Carlo si prese come vicedirettore d. Giovan Battista Bearzi, al quale, fatto parroco, succedette nel 1829 il fratellastro di p. Carlo, il venticinquenne d. Luigi, sacerdote da due anni. 

Luigi Scrosoppi era nato il 4 agosto 1804 in Udine da Domenico e Antonia Lazzarini vedova Filaferro, che già avevano avuto un figlio l'anno precedente, Giovan Battista. Gente abbastanza facoltosa, viveva nel clima religioso dell'Oratorio, di cui il p. Carlo continuava a testimoniare la sopravvivenza e non smise fino alla fine di auspicare il ripristino. Uno dopo l'altro i due fratelli scelsero la vita ecclesiastica e salirono al sacerdozio: Giovan Battista nel 1825 e Luigi il 31 marzo 1827. Mentre il primo, dopo deluse aspirazioni alla vita religiosa (e fu in corrispondenza anche con Antonio Rosmini), si diede al ministero in diocesi, don Luigi, come s'è detto, restò a fianco di p. Carlo nella cura delle Derelitte. Gran parte della storia dell'umile sacerdote udinese, che doveva essere l'ombra di p. Carlo, sarà ormai legata allo sviluppo di questa istituzione, a fianco della quale, per sua decisa volontà, egli darà vita alla Congregazione di suore intitolate a s. Gaetano Thiene e alla Provvidenza. Un gruppetto costituito dalle prime « maestre », nove (come i cori angelici, si disse!), che s'accrebbe presto di mirabili figure di umili operatrici di carità, sull'esempio e sotto la direzione d'un sicuro maestro di spirito, qual era d. Luigi Scrosoppi. 

La Congregazione, fondata nel 1537, ebbe l'approvazione canonica nel febbraio del 1845. Frattanto nell'aprile 1842 era stato approvato il ripristino della Congregazione oratoriana, per iniziativa soprattutto del p. Carlo, alla quale fu lieto di dare subito il nome lo zelante giovane fratello, anche se ormai tutto preso da un'attività che poteva sembrare incompatibile con la scelta filippina. Di tale attività e dello spirito di cui essa fin da principio fu permeata dall'incomparabile maestro e fondatore, è stato scritto ampiamente, e ancora si scriverà. C'è da dire anzi che, per l'importanza che sempre più andò acquistando la Congregazione delle Suore della Provvidenza, via disseminate per il mondo e in continua crescita, l'aspetto filippino del p. Luigi Scrosoppi parve lasciato alquanto in ombra. Effettivamente egli senti come pochi la bellezza della sua vocazione oratoriana; la sua vita interiore fu della più pura spiritualità filippina, familiare, del resto, a lui fin da fanciullo attraverso la nobile figura del p. Carlo (grande anima anch'egli, la cui memoria rimase in benedizione) ed egli seppe genialmente impregnare di essa i vari momenti e forme del suo instancabile apostolato. A chi poi potesse recar sorpresa che un figlio di s. Filippo, a cui doveva esser vietato per regola, svolgesse attività in istituti femminili, si può facilmente osservare che le circostanze del tutto eccezionali, soprattutto prima d'essere entrato in Congregazione, e certo secondo un disegno provvidenziale, gli affidarono quelle responsabilità. Eccezionalità non infrequenti peraltro, fin da principio nella storia dell'Oratorio: e si pensi a s. Filippo stesso, assiduo fra le Oblate di Tor de' Specchi, dove continuarono a svolgere attività di confessori vari padri, da Nicolò Gigli in poi; al p. Pompeo Pateri, a cui sovente il card. Vicario affidò la sovrintendenza dei monasteri di Roma; ai padri Tarugi e Bordini, confessori alle Convertite; al p. Talpa, fondatore in Napoli del monastero delle Ruffe; al p. Soto, fondatore in Roma del monastero carmelitano riformato di S. Giuseppe; al p. Tomaso Bozzi, esaminatore delle monacande; ad altri ancora in varie città nel corso di quasi quattro secoli. Altre circostanze e occasioni varie anche in tempi non lontani consigliarono istituzioni nuove e inusitate al principio nel mondo oratoriano: e vien fatto di ricordare le belle e provvide opere di p. Mino a Biella, del p. Filippo Bardellini a Verona, del p. Ottorino Marcolini a Brescia. Ciò che, semmai, sta a dimostrare la mirabile capacità di rispondenza alle necessità di tempi e luoghi, che caratterizzò sempre l'istituzione oratoriana. 

Di p. Luigi Scrosoppi filippino e delle successive vicende della sua Congregazione lasciamo la parola all'autorevole biografo e concittadino del Beato. Ci basti soltanto ricordare che p. Luigi visse almeno un decennio di intensa vita oratoriana, come confratello e superiore della casa, fino all'estinzione. Anche dopo il drammatico 1866, che vide soppressa la Congregazione, sconsacrata la chiesa e dispersi tutti i beni, arredi e ricordi, egli mai rinunziò alla sua qualifica di prete dell'Oratorio, di cui vestì e onorò l'abito fino alla fine della vita. La sua devota ammirazione, fra l'altro, per l'amabile suo Santo, arricchisce ogni tratto della sua azione e della sua pietà e colora perfino di ilarità filippina certi suoi tratti gustosi. Fu lo stesso s. Filippo ad annunziargli la vicina dipartita. Dal vetro del tabernacoletto dove era il busto del Santo, senti un giorno un leggero bussare: era lui, padre Filippo, a chiamarlo a sé per il giorno senza tramonto. 

A. C.

 

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Luigi Scrosoppi « Padre »  delle orfanelle e delle Suore

Una gloria della chiesa friulana

 « Dobbiamo diventare santi, e grandi santi, ma non santi d'altare », diceva sovente ai suoi il prete friulano p. Luigi Scrosoppi, filippino, oggi proprio lui « santo d'altare ». Non altrimenti si esprimeva il suo venerato padre Filippo Neri: « L'importante è che ci facciamo santi e desideriamo di diventare grandi santi ». Una mirabile consonanza di spiriti, agitati dalla stessa fiamma inesausta d'amore immenso di Dio, che si radicava nella più ardua esperienza ascetica, privilegiata non di rado di esperienze mistiche, e si traduceva in un inarrestabile zelo per il bene spirituale e corporale dei più miseri ed infelici.

 Nella lunga serie di personaggi lungo la storia della famiglia filippina, non sono stati pochi i figli di tanto Padre, che ne hanno onorato la memoria e quasi ne hanno fatto rivivere la presenza, nell'ardore sacerdotale, nello zelo per il bene dei fratelli, nel segno della carità fraterna e della piena letizia. Un'incantevole rifrazione di classiche virtù, che, a loro volta, nei singoli hanno preso un particolare risalto e ne hanno caratterizzato la personalità. Quella del p. Luigi Scrosoppi, l'ultimo in ordine di tempo che la Chiesa pone sugli altari, ne evidenzia le più preclare della spiritualità filippina.

 La storia del nuovo beato - sia detto subito - si presenta distinta in due scomparti o aspetti diversi, sebbene complementari e diversamente documentati: quella del prete oratoriano e quella del padre dei poveri e fondatore d'una congregazione religiosa. Il « padre » delle orfanelle e delle sue suore era, e fu sempre - e tale volle rimanere anche dopo la fine della sua Congrega­zione - il filippino, custode dello spirito dell'istituto e delle sue preziose memorie. Di questo aspetto della sua vicenda, tuttavia, dei dieci anni di vita comunitaria in Congregazione e della sua pratica oratoriana, sfortunata­mente scarseggiano i documenti, e soltanto se ne possono cogliere riflessi nella contemporanea sua attività, proseguita poi fino alla fine, nel campo del suo speci­fico ministero fra le orfanelle e le suore. Queste ebbero il modo, e il merito, di raccogliere memorie, custodire ricordi, redigere e produrre testimonianze particolareg­giate, preziosissime. Ciò che invece per il p. Luigi non si potè avere da parte del suo mondo religioso, per esser stato proprio lui l'ultimo della sua Congregazione pres­soché al tramonto, la quale in modo migliore non avreb­be potuto conchiudere la sua plurisecolare luminosa esi­stenza.

 Soppressa e dispersa la Congregazione nel 1810 (con­tava allora una dozzina di soggetti), al p. Carlo Fila­ferro, fratellastro del Nostro, insieme con altri confra­telli, rimase la cura della chiesa oratoriana di S. Maria Maddalena, ricevuta dalle mani del venerando preposito padre Massimo di Brazza. In quell'ambiente, mantenu­tosi filippino nello spirito, ebbe la sua formazione il pic­colo Luigi, al quale pure arrise presto la vita ecclesia­stica sulle orme di p. Carlo (anche l'altro fratello, Gio­vanni Battista Scrosoppi, era sacerdote). Divenuto prete, il 1° aprile 1827, Domenica di Passione, nella stessa chie­sa celebrò la sua prima Messa e qui, assieme ai padri filippini, aiutati da altri sacerdoti, profuse le primizie del suo ministero all'ombra e dietro l'edificante zelo del fratello, al quale cominciò a prestare aiuto anche nella Casa delle Derelitte, di cui era direttore.

 La Congregazione di Udine era sorta due secoli pri­ma in un Oratorio erettovi nel 1629 dal padovano p. Antonio Cortivo de Santi (1586-1650), fondatore della Congregazione di Padova e in fraterni rapporti con i superstiti figli di San Filippo. La nascita della Congregazione udinese era stata lenta e stentata, fra il 1644 (primo abbozzo del sodalizio) e il 1650, quando un antico collaboratore del De Santi, il p. Gaspare Colombina (1586-1651) si trasferì da Venezia a Udine, dove riuscì a stabilire solide fondamenta alla Congregazione oratoriana; questa fu approvata dalla ducale del giugno 1650 e più tardi dal breve pontificio del dicembre 1702. Al tempo della Restaurazione, vari e difficoltosi furono i tentativi di ripristino del soppresso istituto, già cospicuo centro di vita religiosa nel cuore della città. Ci riuscì alla fine p. Carlo nel 1842, quando gli venne affidata la rettoria della chiesa filippina di S. Maria Maddalena. Il fratello d. Luigi fu il primo ad affiancarglisi come sodale, pieno di speranze che altri, almeno fra gli amici più ferventi lo seguissero. L'appello non fu accolto allora, e soltanto nel 1856 il p. Luigi potè dar vita alla convivenza comunitaria, vincendo, con sorprendente risolutezza, opposizioni e pareri discordi di pur ottime persone. Per realizzare l'intento, non esitò a vendere l'antica casa paterna: la dimora oratoriana necessitava di restauri per potervisi abitare. Per il p. Luigi quello non fu soltanto un generoso distacco: « fu qualche cosa di più - nota il biografo -, perché comportò lo scioglimento da una propria casa e l'entrata, a cinquant'anni, in una convivenza religiosa. Bruciò la nave per rendere impossibile la ritirata ». Erano con lui, al principio della nuova esperienza, un filippino di Venezia e due confratelli udinesi; nel 1856 fu eletto lui preposito. Il compiacimento cittadino fu grande per la rinascita di una istituzione tanto legata, per due secoli, alla storia religiosa della città.

 Dieci anni durò l'esperienza vissuta di vita filippina comunitaria di p. Luigi: una storia di cui appena si conosce di lui la scrupolosa fedeltà alle norme istituzionali della Congregazione, l'osservanza delle tipiche pra­tiche dell'istituto, l'esemplare esercizio del ministero sa­cerdotale, nella direzione spirituale, nell'assistenza agli infermi, nell'apostolato catechistico e del sermone fami­liare. Un'attività, peraltro, sempre intrecciata, e sapien­temente armonizzata, con quella di corresponsabile delle Derelitte, specie dopo la morte del fratello Carlo avve­nuta il 30 gennaio 1854. Il rincrescimento per la scar­sità di notizie per questo non breve né trascurabile periodo della sua esistenza e per questa essenziale espe­rienza della sua vita di filippino, cioè, è compensato dalla consapevolezza indubitata che proprio nello svol­gimento della sua azione di padre e guida responsabile delle due istituzioni - le Derelitte e le Suore della Provvidenza - egli traduceva appunto quello spirito ge­nuinamente oratoriano che aveva informato fin da fan­ciullo la sua vigile coscienza, accanto al fratello e nella chiesa della Congregazione.

 Non è certo difficile ravvisare in p. Luigi tratti, modi, indirizzi squisitamente filippini: le copiose rela­zioni e deposizioni ne sono eloquente testimonianza. Si staglia da queste la sua dirittura vivace, la predilezione per la semplicità e la schiettezza in quanti cura e avvi­cina, la candida immacolatezza dell'uomo prestante, dolce e severo insieme, d'intelligenza lucida, anche se non do­tata di cultura, amabilissimo. Anche le burle, piacevoli e spontanee, di cui è costellata la giornata di lavoro fra le sue figlie, sembrano esemplate sull'incomparabile mo­dello del gioioso prete della Chiesa Nuova. Perfino le umili vicende delle prime sue figlie, agli albori dell'isti­tuto, hanno la grazia e la freschezza di autentici fioretti filippini. Ma è soprattutto nel seguire le linee tipiche della sua spiritualità che si avvertono in padre Luigi chiare consonanze col programma di vita religiosa che padre Filippo commendava ai suoi. Farsi santi, anzitutto: il fondamento indispensabile, insostituibile, l'umiltà. Non era certamente un monito singolare: ma fu indubbia­mente singolare l'insistenza con cui Filippo lo propose e ribadì, e la sincerità e coerenza con cui p. Luigi, l'ebbe come norma direttiva, per sé e per le anime dei suoi. « Umiltà -sottolineava nei suoi propositi -, nello stare, nel parlare, nel domandare »; « L'umiltà e la carità sia manifestata con tutti e in ogni opera: semper mel in ore et mel in corde ». « Sarete presto santa: se vi terrete per un bel nulla; se bramerete di essere abbandonata e tenuta in nessun conto; se accetterete dalla mano di Dio tutto ciò che vi accadrà; se non desidererete che di fare la volontà di Dio ».

 Come il suo fervido padre Filippo, p. Luigi era uomo tutto immerso ininterrottamente in Dio, pervaso da un amore di Lui bruciante. « Fin da giovinetto - assicurano testimoni degni - fu conquistato dall'amore di Dio, e questa fiamma custodita e alimentata da un'intensa vita di pietà, brillò di vivida luce durante tutta la vita ». L'assidua contemplazione del mistero Trinitario e la tenera devozione al mistero dell'Incarnazione (« Inchino profondissimo o genuflessione al Verbum caro dell'Angelus, e talora lagrime di commozione ») ; l'intensa partecipazione alla Passione, per cui si sentiva « con Gesù Cristo offerto all'Eterno Padre in sacrifizio » (la Via Crucis era un suo esercizio quotidiano e il Crocifisso era distribuito in ogni ambiente della casa); la celebrazione della Messa (così affine a quelle memorabili del suo s. Filippo), raccolta, quieta, appassionata, « da serafino », col seguito dei prolungati silenzi d'adorazione nell'umile cappella e nella sua chiesa oratoriana; la cura per il decoro del tempio (anche questa una tradizione squisitamente filippina), espressa anche in massime illuminanti: « Poveri in casa, ricchi in chiesa », « Tutto è grande quello che riguarda il Signore »; la devozione calda, dolce, confidente alla Vergine (fu uno dei propugnatori del culto al Cuore Immacolato di Maria proprio nel tempo in cui sorgeva la prima chiesa oratoriana in Londra, dedicata a questo titolo mariano): appaiono come gli elementi essenziali della sua spiritualità, le linee fisionomiche che ne tratteggiano la figura interiore, modellata e continuamente confrontata su quella del suo padre e maestro Filippo Neri. E come non avvertire tale perfetta consonanza in quella nota distintiva di p. Luigi che caratterizza e impronta tutto il suo intenso operare e le sue stesse iniziative: l'abbandono gioioso e fiducioso nella divina Provvidenza? « Far tutto bene diceva - e poi grande confidenza in Dio »; « soffrire tutto allegramente »; « Fare, patire, tacere! », erano le sue massime, i suoi motti abituali, di schietta derivazione filippina anch'essi. Di tale assistenza provvida per le sue poverette p. Luigi aveva continue prove: perfino interventi straordinari fiorivano dalla sua incrollabile fiducia, e le testimonianze abbondano. « Il Padre celeste non avrebbe certamente lasciato mancare il necessario per le povere fanciulle: legna, polenta, fagiuoli pasta, tutto la Provvidenza faceva arrivare al momento giusto »; e perfino si parlò con fondatezza di moltiplicazione di... scarpe! Appunto aveva collocato la sua istituzione sotto il titolo e la protezione di S. Gaetano Thiene il santo della Provvidenza, a cui era dedicata la chiesetta dell'istituto. Del resto, la sua opera stessa, nata quasi da sé dal cuore di anime grandi, affermatasi per volere preciso di padre Luigi, che da umile granello di senapa la fece crescere in albero frondoso, fu ed è segno visibile di quell'amorosa Provvidenza, in cui il venerato fondatore non cessò mai di sperare e di credere. Già quando egli morì, le Suore della Provvidenza erano distribuite in dodici case; oggi sparse anche al di là dai mari, nell'America Latina, in Africa, in India, superano il migliaio.

 Sulla via tracciata da padre Filippo, fin dal principio camminarono insigni figure di degni suoi figli, che, a distanza di tempo, in circostanze varie e secondo le diverse necessità ambientali, ne ripresentarono le incantevoli fattezze, rifrangendo la dovizia della sua incomparabile personalità. Alcuni pochi, anzi, la Chiesa volle innalzare agli altari, a edificazione e consolazione del popolo di Dio. Uno per secolo, da san Filippo in qua. Il primo fu un antico suo figlio spirituale, il b. Giovenale Ancina (1545-1604), ingegno versatile e spirito d'apostolo infaticabile: morì vescovo di Saluzzo, dopo soli due anni di eroico ministero pastorale. Nel sec. XVII brillò a Fermo la dolce figura del b. Antonio Grassi (15921671. ), uomo apostolico, venerato anche da pontefici, dai lineamenti fisici tanto simili a quelli di padre Filippo. II b. Sebastiano Valfrè (1629-1710), preposito della Congregazione di Torino, fu nel suo tempo difficile, per lo zelo instancabile del suo apostolato e per la completa dedizione ai poveri e agli erranti, l'uomo indubbiamente più popolare della sua città. Per il secolo XIX s'iscrive oggi nella storia viva della Congregazione dell'Oratorio la figura di un altro beato, e questo, oltre tutto, nel segno alto e onnicomprensivo della divina Provvidenza. Anche Luigi Scrosoppi, per le sue peculiari virtù, per le sue scelte e personali caratteristiche, si presenta a buon titolo, come i suoi antichi confratelli, come quelli anzi che vissero accanto al Padre, un figlio autentico di Filippo Neri. Tale egli si sentì fin da fanciullo, anche dopo soppressa la sua Congregazione, e per tutta la vita non smise mai né l'abito né l'osservanza del suo istituto. E fu lo stesso padre Filippo, alla fine, a dargli l'ultimo avviso, come per autenticarne l'appartenenza e per suggellare con la sua chiamata la vicenda di quella mirabile vita. Aveva affermato più volte s. Filippo ai suoi che « il Signore non suole mai mandare la morte a un uomo spirituale, che prima non glielo faccia sapere ». P. Luigi aveva nella sua stanza un busto del Santo chiuso in un'urnetta. Non molto prima della morte, avvertì una sera un discreto bussare a quel vetro: non dubitò che fosse appunto il Padre a chiamarlo, e lo disse con gioiosa naturalezza alle sue figlie dolenti. Andò incontro al Signore, immensamente amato e fedelmente servito per lunghi anni, la sera del 3 aprile 1884, vigilia della festa dei Dolori della Vergine. Più volte aveva confessato il suo s. Filippo: « Per gli uomini di Dio la vita è in pazienza e la morte in desiderio ». 

Antonio Cistellini d. O.

Da « L'Osservatore Romano », 26-27 ottobre 1981.

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Il preposito della rinata congregazione

 

Tentativi falliti

Appena crollato il regime napoleonico e restaurato il dominio austriaco nel Veneto, i padri dell'Oratorio di Udine, superstiti alla soppressione del 1810, tentarono di far rinascere la loro Congregazione. Ebbero subito l'appoggio del Capitolo Metropolitano (essendo allora vacante la sede arcivescovile), che il 13 settembre 1815 rilasciava un autorevole attestato a loro favore.[24] Pochi giorni dopo, il 20 settembre, univano la loro voce per chiedere il ripristino dei Filippini diciotto cittadini, con un memoriale redatto dai conti Filippo Florio e Vittorio Mattioli; tra i firmatari, accanto a parecchi nobili, ci sono alcuni borghesi, uno dei quali il sig. Domenico Scrosoppi. Ma la petizione non ebbe allora alcun esito.

 Le speranze si riaccesero dopo che l'imperatore d'Austria Francesco I nella sua risoluzione data a Spalato il 17 maggio 1816 dichiarava che « relativamente al ripristino delle Congregazioni Ecclesiastiche e Regolari, è sua volontà che nel Regno Lombardo-Veneto siano ristabilite quelle Comunità che dalla Chiesa e dallo Stato sono chiamate all'educazione ed istruzione della gioventù, poi all'accoglimento ed alla cura dei poveri orfani, derelitti ed infermi, indi all'assistenza e alla cura delle anime e nel Confessionale ». Ma, nonostante il parere  favorevole del Governatore veneto conte Göes neppure questa volta si riuscì a nulla. Una grossa difficoltà era costituita dal fatto che la casa della Congregazione - ora sede della Questura - era occupata dalla R. Delegazione e da altri Uffizi Provinciali ad essa immediatamente subordinati.

          Invano i Padri rivolsero il 25 giugno 1822 una petizione all'Imperatore perché quella casa venisse loro restituita, non senza far osservare che era un edificio « non del tutto adatto a tale Magistratura », od almeno per otte­ nere un sussidio allo scopo di provvedersene una nuova. Il 31 maggio 1823 il vescovo mons. Lodi scriveva « Alli Sacerdoti già appartenenti alla Congregazione dell'Oratorio di S. Filippo e segnatamente al M. R. Londero » che l'I.R. Aulico Dicastero aveva il 17 maggio respinto la domanda; aggiun­geva poi che lui e tutti i buoni eran pronti ad aiutarli, data la « religiosa ed edificante loro cooperazione ».

 Non è noto per quali motivi la proposta del vescovo non venne raccolta. Intanto scomparivano i superstiti oratoriani: il p. Antonio Londero nel 1830 e il p. Vincenzo Colavizza nel 1840, successivamente rettori della chiesa di S. Maria Maddalena. In quel periodo si era ottenuto soltanto che l'Oratorio annesso alla chiesa, e già adibito a magazzino di fieno, venisse riconosciuto di proprietà della chiesa stessa; cosa dichiarava il Governo con dispaccio del 13 luglio 1831, rilevando però che chiesa ed oratorio restavano di giuspatronato ed il rettore era considerato solo quale custode dei fabbricati.

 Alla morte del p. Colavizza, fu nominato da mons. Lodi rettore della chiesa il p. Carlo Filaferro, che si mise immediatamente all'opera per attuare il sospirato ripristino.

 

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L'acquisto della Casa Braida

 Sino dai primi anni del 1841 egli era in trattative con i fratelli Francesco e Nicolò Braida per comperare una casa adiacente all'Oratorio, al N° 1850 di allora, accanto al primo arco del portico di via Vittorio Veneto, nell'estrema parte a nord dell'attuale Palazzo delle Poste. I due fratelli Braida, che appartenevano ad una famiglia originaria da Oleis, del tutto diversa da quella del celebre mons. Pietro Braida, si mostrarono ben disposti verso i progetti del p. Carlo, forse pressati anche dalla figlia di Francesco, Paolina, allora ventenne, che andrà sposa a Pietro Ugonnet e sarà poi sempre benefattrice affezionata delle opere del Servo di Dio; essi del resto avevano il proprio palazzo a metà del lato occidentale di via Aquileia.

 Mons. Lodi approvava il 23 aprile 1841 le trattative, suggerendo solo « allo instancabile e sempre virtuoso don Carlo Filaferro » di fare un primo esborso alla immissione in possesso, perché fosse « un suggello ed un eccitamento a compiere l'impresa » , ma di includere nel contratto che « fosse sciolto da ogni e qualunque impegno di fare l'acquisto della casa stessa, se entro l'anno non riuscisse a chi si spetta di ottenere la superiore sanzione nel ripristino de' Padri Filippini in questa R. Città ».

 Il contratto fu steso il 26 gennaio 1842; per esso la casa detta già dei De Simeonibus, poi dei Daneluzzi ed ora dei Braida, veniva ceduta a p. Carlo per la somma di austriache lire 28.000, da pagarsi in rate di tre mila  entro cinque ani. Per coprire tale somma mons. Lodi aveva nominato una Commissione composta da canonici - mons. Darù e mons. Bearti -, da delegati dei parroci cittadini e da alcuni nobili, della quale era segretario il sig. Gio. Batta Zerbini, ex-ispettore provinciale scolastico, fecondo drammaturgo, uomo di grande pietà ed amicissimo dei due fratelli p. Carlo e p. Luigi. Ventotto persone s'eran sottoscritte per somme diverse; per mille fiorini lo stesso mons. Lodi e don Pietro Billia; per ottocento la contessa Clementina Poccia; per seicento don Stefano Feruglio, zio paterno del futuro mons. Antonio; per cinquecento la contessa Teresa Bartolini ed i monsignori Darti e Planis; e tra gli altri troviamo quasi tutti gli « amici » dei due Fondatori, fra cui i monsignori Tonchia, Mazzaroli e Bearti, don Benedetti, il sig. Giuseppe Cernazai e lo zio Gabriele Pecile. La casa era, in verità, piccola e malcombinata. Padre Carlo la sistemò alla meglio ed andarono ad abitarvi dopo un certo tempo don Benedetti e don Domenico Deotti.

 Finalmente, su istanza del Vescovo appoggiata anche dal Municipio di Udine, il 9 aprile 1842 l'Imperatore approvava il « ripristino della Congregazione dei Filippini in Udine, sotto la condizione che la medesima non cada mai a carico dell'Erario od altro fondo pubblico, e che deggia prestarsi nella cura delle anime in dipendenza dell'Ordinario Diocesano, conservando poi clementemente la corrisponsione in corso di annuale Lire 344,82, alla chiesa di S. Maria Maddalena da cedersi definitivamente alla Congregazione... ». Mons. Lodi ne dava notizia a p. Carlo con una lettera esultante del 15 maggio che terminava: « Il primo però ed il comune nostro debito essendo quello di intuonare un Inno di grazie a Dio pel consolantissimo avvenimento, concerteremo quindi il tempo ed il modo per questo tenero sfogo della nostra riconoscenza ». 

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La ricostituzione del 1846

 La burocrazia, però, impose la sua parte di pazienza. E p. Carlo dovette insistere ancora per tre anni presso il Governo di Venezia perché fosse mantenuto quanto aveva sancito la risoluzione sovrana del 9 aprile 1842, cioè il passaggio della chiesa alla proprietà della Congregazione. Finalmente il 4 ottobre 1845 il can. Faraj scriveva da Venezia al p. Carlo: « Evviva! Evviva! In questo giorno sacro, a s. Carlo Borromeo, con cui molto bene se la intendea s. Filippo, in questo giorno, benché ad ora tarda, mi pervenne la sicura notizia del Decreto favorevole pei Filippini di Udine ». La consegna della chiesa venne fatta effettivamente l'8 gennaio 1846. P. Carlo aveva domandato e sperato che il Governo non avesse ceduto solamente la chiesa, ma anche una parte dell'abitazione retrostante alla casa Braida, già di proprietà dei Filippini, che dava sull'attuale via della Prefettura e che porta tuttora lo stemma della Congregazione; ma in questo non fu esaudito. Ad ogni modo si decise di ricostituire la Congregazione. Il 26 maggio 1846 essa veniva infatti ripristinata con quattro membri: p. Carlo preposito, l'antico spio confratello p. Antonio Specie, p. Luigi Scrosoppi e il fratello laico Lorenzo Menon, pure superstite dell'antica comunità.

 Non si pensò, tuttavia, allora a una ricostituzione canonicamente formale, intendendosi piuttosto la rinata convivenza come la continuazione dell'antico istituto violentemente interrotto nella sua atività, né venne, per allora, ripristinato nella regolare vita comunitaria. Probabilmente la casa Braida non vi si prestava, e forse anche perché i fratelli p. Carlo e p. Luigi preferirono continuare ad abitare col vecchio padre Domenico Scrosoppi nella sua casa paterna di via Ruscedo. Lo Specie continuò a prestare servizio quale cappellano della Metropolitana. Sussitevano anche altri inconvenienti: alcuni sottoscrittori non avevano mantenuto le promesse e restava uri debito di 6000 lire verso i Braida, mentre erano già scaduti í cinque anni stabiliti nel contratto. Il 2 luglio 1846, appena ricostituita la Congregazione, i Filippini, con una circolare a stampa, chiesero aiuti per poter continuare i lavori di sistemazione della casa (c'era dunque viva la speranza di riprendere la convivenza), preventivati in dieci-dodicimila lire. L'appello, sfortunatamente, non incontrò il favore sperato. 

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Vitalità della chiesa di s. Maria Maddalena 

L'8 giugno 1849 il piissimo arcivescovo mons. Zaccaria Bricito compiva la visita pastorale della chiesa di S. Maria Maddalena e vi trovava « tutto a dovere ». In una relazione, stesa l'indomani dal p. Carlo Filaferro, è tracciata particolareggiatamente l'ininterrotta attività ministeriale che vi si svolgeva, per cui quella chiesa continuò a essere uno dei centri di vita religiosa della sua città. Vi officiavano ben dodici sacerdoti fin dal 1848. Oltre al can. nob. Cassacco e al nob. d. Carlo de Pace che abitavano nei pressi, c'erano il p. Carlo con i suoi due fratelli Luigi e Gio. Battista Scrosoppi, l'amico mons. Bearti, don Pietro Benedetti, i professori del Seminario Gio. Maria Barbaria, de Pollonia; inoltre Francesco Fantoni, don Domenico Someda e don Antonio Banchigh, che si farà gesuita.

 Intanto alla piccola famiglia filippina, che era al cuore della attività pastorale di S. Maria Maddalena, il 10 dicembre 1850 fu aggregato don Domenico Deotti della diocesi di Concordia, nato a Postoncicco di Valvasone nel 1801 e trasferito a Udine dal 1846, che andò allora ad abitare nella casa Braida con don Pietro Benedetti. Ma il p. Carlo non vide il coronamento completo dei suoi desideri: il ripristino vero e proprio della Congregazione spetterà al fratello p. Luigi. Colpito da malore nell'autunno 1853, un secondo attacco lo portò a morte il 30 gennaio 1854. Si aggiunse allora don Valentino Liccaro a servizio della chiesa. 

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Il memoriale di don Pietro Benedetti 

Tre giorni dopo la scomparsa del p. Carlo, alle 18 del 2 febbraio, si adunarono nella Casa della Congregazione i sacerdoti Pietro Benedetti, Luigi Scrosoppi, Antonio Specie, Francesco Fantoni, Domenico Someda e Domenico Deotti « all'oggetto di nominare un nuovo rappresentante la Congregazione medesima ». Venne eletto all'unanimità don Pietro Benedetti, e l'arcivescovo mons. Trevisanato diede la sua approvazione, nominando poi il Benedetti rettore della chiesa di S. Maria Maddalena con suo decreto del 4 febbraio 1856.[25]

 Il 21 maggio 1854, su invito del Benedetti, si riunirono gli stessi sacerdoti in una stanza della Congregazione e don Benedetti lesse una sua « Memoria intorno alla ripristinazione dei Filippini in Udine ».

 La relazione incomincia ricordando il Progetto del 29 gennaio 1841, col quale mons. Lodi aveva istituito la Commissione di cui s'è detto. Un comma vi diceva: « Non effettuandosi l'istituzione dei Filippini o cessando entro 15 anni dalla fondazione, per qualsivoglia causa, gli oblatori o loro eredi sieno in diritto di riavere la somma sborsata, ovvero le somme proporzionali agli esborsi, nel caso che la vendita (della casa) si facesse per un prezzo minore di quello dell'acquisto. Cessata l'istituzione dopo i 15 anni, il locale acquistato abbia a restare in proprietà di Mons. Vescovo pro tempore coll'obbligo al medesimo di destinarlo a qualche oggetto di pubblica, perenne, patria e pietosa beneficenza ».

 Poi il Benedetti prese a dimostrare che il ripristino non era effettivamente avvenuto; e che, se pur si voleva considerare avvenuto l'8 gennaio 1846 con l'atto di consegna della chiesa, i quindici anni dalla istituzione non sarebbero scaduti che il 7 gennaio 1861. Poneva quindi il quesito se si doveva procedere subito all'apertura del convitto, cioè alla vita in comune della Congregazione, o se era più opportuno attendere. Continuava con una lunga serie di considerazioni poco consolanti, che concludevano col parere di differire l'apertura del convitto fino a che la casa non venisse resa salubre e non si reperissero i mezzi finanziari, pur nella presente universale carestia, per assicurare la vita della Congregazione. Frattanto don Luigi avrebbe avuto tempo di sciogliere la casa dai restanti debiti e da quelli per il riassetto; per ora si sarebbero mandati due sacerdoti poveri all'Oratorio di Verona, dove don Luigi era stato di persona ad informarsi, con già disposti due mezzi alunnati di L. 300 l'uno. Esortava infine a « procurarsi in questo intervallo che altri preti, massimamente nostrali e benestanti, a noi si uniscano, facendo riflettere a quelli che mostrassero inclinazione per le missioni che la nuova Congregazione dell'Oratorio sarà anche centro della Congregazione de' Missionari diocesani da istituirsi, ottenute le debite facoltà, sul modello di quella di Vicenza e di quelle che sorgono con tanto spirituale profitto nel regno di Napoli ».

 Di quell'adunanza fu stesa il verbale, in cui si dice che, letta la « Memoria », fu chiesto il parere dei partecipanti. Ed ecco la risposta più significativa: « Il Rev. D. Luigi Scrosoppi, non calcolando le allegate difficoltà, e pieno di fiducia nella Divina Provvidenza, insta per l'immediato aprimento della Congregazione, dichiarando che qualora ciò non avvenga, non manterrà più le promesse fatte di coadiuvare con mezzi a sé noti la Congregazione ». Del suo parere furono il Deotti, il Fantoni e il Someda; contrario, col Benedetti, don Antonio Specie.

 Tutti sottoscrissero il verbale, ma lo Scrosoppi aggiunse alla firma le seguenti parole: « Dichiaro avere fatto molte osservazioni e proteste alla lettura della memoria del M.R.P. Pietro Benedetti, omesse in questo verbale ». Quali siano state, non sappiamo; ma che il p. Luigi fosse rimasto sconcertato da quel Memoriale è evidente. Non si può avere il minimo dubbio sulle buone intenzioni di don Benedetti. Ma chi legge la sua « Memoria », pur lodandone l'abilità, ne ricava la netta impressione che essa dovesse sembrare la coltre funebre gettata una volta per sempre sul progetto di riaprire la Congregazione.

 E questo il Servo di Dio non lo poteva ammettere. Egli era vissuto sin da fanciullo fra i Padri dell'Oratorio; si era spiritualmente formato con lunghe meditazioni sui libri della Congregazione, quale la nota opera Pregi dell'Oratorio, citatissima nelle sue Selve.[26] Inoltre nutriva una pietà e venerazione per il fratello p. Carlo, del quale voleva attuare ad ogni costo le sante aspirazioni; e non è improbabile che dal letto di morte - era scomparso da pochi dì - ne avesse colto la rinnovata esortazione a quel ripristino.

 Tuttavia, dopo il diverso parere del Benedetti e dello Specie, p. Luigi rimase pressoché solo: non gli restò a fianco che il buon don Deotti. « Memoria » e verbale vennero presentati all'arcivescovo Trevisanato, che li trattenne per due mesi; una nota manoscritta del Benedetti ci fa sapere che gli vennero restituiti il 25 luglio. Se ci fu una comprensibile ed ovvia amarezza dall'una e dall'altra parte, non avvenne però alcuna rottura nella cordialità dei loro rapporti.

 L'8 settembre dello stesso anno don Benedetti scriveva una lunga lettera « Alla Veneranda Congregazione dell'Oratorio di Udine, e per essa al M. Ill. e M.R. Sig. D. Domenico Someda Cancelliere Arcivescovile » . Nella sua vita - vi si diceva - s'era sempre proposto di fare quel che gli avesse comandato o suggerito il suo Prelato. Ma questi gli aveva detto che egli pure vedeva « l'arduità dell'impresa » e gli aveva restituito i documenti « senza nulla comandarmi in proposito » .

 Privo di indirizzo, « senza un interno impulso che possa riguardarsi qual divina vocazione, affievolito dagli anni e dalle malattie e soprattutto dalle fatiche sostenute, inetto perciò ad affrontare come in addietro difficoltà ed ostacoli », non gli restava che abbandonare l'impresa e affidarla alle mani di chi disponeva di maggiori energie. Aggiungeva che la sera prima aveva lasciato con la sua famigliola la Casa della Congregazione, che da tre anni gli era stata data da abitare, e s'era ritirato lui solo nella stanza « che servì già di ricovero ai precedenti Rettori della Chiesa, ... affin di non lasciare la chiesa senza custode, finché venga altrimenti disposto, ed anche per associarmi ai coraggiosi fondatori della nuova colonia d'evangelici operai, se il Celeste Padrone, il quale manda talvolta alla sua vigna anche all'ora undecima, si degnerà di chiamarmi » . 

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La Congregazione si riapre 

Il 20 settembre Padre Luigi scriveva una lettera ai suoi amici ed il 23 essi gli rispondevano, dichiarandogli la loro piena solidarietà e incoraggiandolo à dar principio ai lavori « per l'allestimento della Casa che servir deve per la Congregazione dei PP. Filippini, e che, allestita come sia, possa ivi aspettare in compagnia del Rev. Don Domenico Deotti quei soggetti che la Divina Provvidenza saria per chiamare a figli di S. Filippo ». Seguon le firme di tutti: Benedetti, Fantoni, Someda, Deotti, Specie.

 I lavori dovettero durare tutto il 1855. Verso la fine di quell'anno venne dall'Oratorio di Venezia il p. Ferdinando Bettini per allenare alla vita ed alle regole della Congregazione i tre aspiranti: p. Luigi, don Deotti ed il fratello laico Francesco Zaninotti, che si era aggregato il primo gennaio 1855; c'era tra loro anche il venerando fra Lorenzo Menon dell'antica generazione precedente la soppressione, al secolo Gian Domenico Lorenzo, da Santa Maria la Longa, il quale non fece in tempo a rivedere l'opera interamente compiuta, poiché morì il 25 febbraio 1856 a sessantotto anni e mezzo.

 Possediamo la lettera all'arcivescovo di Udine, con la quale p. Luigi e p. Domenico Deotti annunciano l'avvenuta ricostituzione. « La Divina Provvidenza - vi si dice all'inizio -, che mercé la Congregazione dell'Oratorio ha operati, ed opera sì gran bene a vantaggio della società, ha fatto giungere finalmente quel fausto giorno in cui questo mezzo di bene rinasca in questa città, e si ravvivino le pratiche istituite dal S. Padre Filippo tanto efficaci a rimettere sul buon sentiero gli sviati, e tanto care ai pii ». Dopo aver accennato alle fatiche di p. Carlo « di cara e santa memoria » e al decreto 9 aprile 1842, al quale si fa risalire la risurrezione della Congregazione, si accenna come le pratiche pie eran già state riavviate da detto p. Carlo e continuate « sotto la reggenza dell'esimio d. Pietro Benedetti »...

 « Oggi finalmente, sotto gli auspici del Patrocinio di Maria Madre di Dio e del nostro S. Padre Filippo, acconsentendo e benedicendo l'Ecc. V. Reverendissima, la Congregazione formalmente risorge. Gli umili sottoscritti, coll'assistenza del M.R. Padre Ferdinando Bettini della Congregazione dell'Oratorio di Venezia, dànno inizio nelle statuite forme alle pratiche della Congregazione dell'Oratorio. Quindi a tenore delle regole sono passati a creare un Superiore nella persona del M.R. Padre Luigi Scrosoppi... » .

 La lettera è senza data. Ma l'esplicito riferimento al Patrocinio di Maria SS., che si celebrava la seconda domenica di novembre, ce la fa datare al 9 novembre. Sono infatti del 10 novembre 1856 il decreto con cui l'arcivescovo nomina il padre Luigi rettore della chiesa di S. Maria Maddalena ed una sua bella lettera con la quale ringrazia don Benedetti dell'opera prestata e lo prega a « continuare collo stesso zelo ad assistere alle anime in detta Chiesa ». Come difatti egli fece sino alla morte.

 Era trascorsa da pochi giorni la festa di s. Carlo Borromeo. E probabilmente si era scelta la domenica successiva al 4 novembre proprio per rendere onore a colui che aveva tanto bramato quel giorno. Al suo dilettissimo fratello Padre Carlo pensò certamente quel dì il beato Luigi. 

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Due belle pagine spirituali

 Si può facilmente supporre che anche i propositi, ritenuti dal primo biografo come conclusione di un ritiro spirituale fatto nel novembre 1852, vadano riferiti al 9 novembre 1856. È certo che la ricostituzione della Congregazione fu preceduta da un corso di esercizi spirituali. Ed è altrettanto ovvio che in tale occasione il p. Luigi abbia sentito il bisogno di fare il punto sulla sua vita spirituale e di dare una novella organizzazione alla sua giornata. Sino allora, infatti - e ce lo attesta la « Memoria » di don Benedetti - egli non esercitava che poco o nulla il ministero sacerdotale in S. Maria Maddalena, pur intervenendo alle funzioni serali o straordinarie dell'Oratorio. Ma d'ora innanzi, quale filippino ed anzi in veste di superiore, non poteva non assumersi maggiori impegni in quella chiesa.

 Sono pure senza dubbio di quel novembre 1856 due altri documenti autografi del Padre, che ce ne danno una nitida e potente fotografia spirituale.

 Il primo è un « Promemoria » incompiuto, di cui diamo il testo, completando le abbreviature e mettendo in parentesi qualche richiamo dilucidatore. È una specie di orario e di programma insieme. 

« PRO MEMORIA »

 «1. Adorazione.

2. Ringraziamento.

3. Offerta.

4. P.A.G. [Pater, Ave, Gloria].

5. Richiamo della Meditazione.

6. Vestizione - Meditazione: le pene dei Defunti e Orazioni a loro suffragio [sembra che questo sia il titolo della meditazione in un giorno determinato, forse del 9 novembre stesso].

7. Orazioni vocali stabilite [probabilmente si allude a quelle stabilite dalla regola oratoriana o forse da se stesso].

8. Visita in Chiesa: Adoramus... - Sanctus Sia lodato e benedetto... - Miserere mei Deus, tre versetti - Gesù mio, misericordia... - P.A.G. - Ringraziamento ed Offerta.

9. Mortificazione: Occhi a terra - Lingua: voce bassa e posatamente, il solo necessario e conveniente - Corpo sempre dritto - Orazioni in ginocchio e senza appoggiarsi.

10. Penitenza: Disciplina col cilicio e corde alle mani ed ai piedi - 5 P.A.G. [per le cinque piaghe del Signore] a braccia aperte - 7 Salve [per i sette dolori di Maria SS.] a braccia aperte -Via Crucis a braccia aperte - Miserere a braccia aperte.

11. Umiltà: nel stare, nel parlare, nel domandare - Spazzolare i vestiti e le scarpe - Scopare -Rifare i letti, purgare i pettini, i vasi ed i comodini.

12. Ubbidienza in ogni cosa bene - Non andare, non ricevere, non dare, non fare [nulla senza permesso o senza avvertire].

13. Povertà: Domandare [ogni cosa], e sempre il peggio - Non aver niente.

14. .... ».

 Al 14'° punto non c'è nulla. Il Padre interruppe il suo elenco, chiamato per qualche urgente ragione.

 Il foglietto va attribuito al 1856, perché lo richiede soprattutto il n. 11. Non c'eran fratelli laici a sufficienza nella Casa dell'Oratorio. Ed eccolo che si assume lui la pulizia della camera propria e delle altre.

 Molti di noi hanno scritto, lungo la vita, pagine di santi propositi, ed in certi punti - non in tutti! - con termini ben più eloquenti. Poi, i propositi sono sovente morti bambini. La pagina del Padre è quanto mai scarna. Poche profonde scalpellate. Ma tutta la vita di Padre Luigi è lì a dimostrare che lui i propositi li mantenne.

 Ci sono alcuni particolari che si ritrovano ad ogni passo. Per esempio quel « corpo sempre dritto » e quel « non appoggiarsi » nel pregare in ginocchio; verrà notato come una singolarità il suo far leva su un banco per rialzarsi, negli ultimi anni della vita. Per esempio, quel suo legarsi con « corde alle mani ed ai piedi » : una volta suor Osanna Tisot lo scoprirà indiscretamente in simile posizione e ne riceverà una bella lavata di capo. Per esempio, ancora, quel « domandare ogni cosa, e sempre il peggio » e quel chiedere il permesso per ogni suo movimento: Madre Serafina Strazzolini, superiora della Casa delle Derelitte dal 1855 alla morte del Servo di Dio, fu « sfitta » - è la parola - continuamente da coteste manifestazioni di umiltà e di obbedienza del venerato Padre e Fondatore.

 Il secondo documento è intitolato: Frutti degli Spirituali Esercizi e Regolamento di vita. Eccone il testo, con parentesi nostre.

 « 1. Conformità alla Volontà divina per essere felice in questa e nell'altra vita.

Voluntas Tua, Domine, voluntas mea.

2. Pensare spesso al modo con cui il Signore mi amò e alle sue perfezioni per accendere il mio cuore verso di lui.

3. Adempirò i miei doveri di Terziario e di aggregato alle Confraternite del S.S.mo Cuore di Gesù, della cintura, del Preziosissimo Sangue, del S. Cuore di Maria Vergine, e come ascritto alla Propaganda Fide (Propagazione della Fede), alla S. Infanzia, e Confratello dei Sacerdoti (allude alla Confraternita di S. Pietro apostolo per sacerdoti eretta nella chiesa di S. Antonio abate in Udine).

4. Appena alzato da letto passerò un'ora in chiesa, o confessando, se abbisogni, o altrimenti pregando com'è prescritto dall'Oratorio (intende la chiesa di S. Maria Maddalena, dove -dunque - dopo il 1856 si fermò ogni mattina un'ora, prima di recarsi alle Derelitte).

5. Mi troverò in chiesa mezz'ora prima dell'Ave Maria della sera per confessare e per l'Oratorio.

6. Impiegherò nel mercoledì e nella domenica un quarto d'ora con i Fratelli (laici) e coi Novizi dell'Oratorio (probabilmente allude ad una breve conferenza spirituale e per "novizi" si devono intendere gli aspiranti a far parte dell'Oratorio, non della Congregazione religiosa).

7. Andrò nel giovedì per mezz'ora a visitare gli ammalati nell'Ospitale (fu in queste che s'acquistò la venerazione di don Colomba e di don Sinigaglia, rispettivamente curato e cooperatore dell'Ospedale).

8. Osserverò le S. Regole sì nella Conferenza come nelle pratiche di umiltà.

9. Impiegherò tre ore al giorno di scuola alle Derelitte, cioè una alle Novizie, una alle Sordomute, ed una alle fanciulle.

10. Impiegherò due ore al giorno nella Direzione e Amministrazione dell'Istituto.

11. Farò ogni anno gli spirituali Esercizi.

12. Nel lunedì, mercoledì e venerdì mi darò la disciplina e in questi giorni farò l'esercizio della Via Crucis.

 La umiltà e la carità sia manifesta con tutti e in ogni opera. Semper mel in ore et mel in corde.

 Camminare sempre alla presenza del Signore, fare tutto solo per Lui e con Lui, cominciando ogni mia azione col Deus in audiutorium meum intende ».

 I due ultimi capoversi contengono veramente le quattro note della spiritualità scrosoppiana: umiltà, carità, camminare alla presenza di Dio, fare tutto a gloria di Dio. Sono i « registri » che diedero lo speciale colore e calore del suo inno al Signore. 

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Vicende interne della Congregazione Filippina

 Bisogna riconoscere che lo zelante filippino non incontrò alcun consenso nel rassodare o sviluppare la ripristinata Congregazione dell'Oratorio. I due sacerdoti buoni e benestanti, a cui aveva accennato il Benedetti nella sua « Memoria », non si fecero vivi. Qualche altro, di condizione povera, deve aver fatto sperare al Padre che avrebbe aderito; tanto che egli s'era recato di persona a Verona per collocarvene due in noviziato con pensione disposta da don Giuseppe Pletti, che a tal fine aveva lasciato sette mila lire. Ma le promesse vennero a mancare; e lo stesso oratoriano di Verona p. Sorio[27] avanzò il 3 ottobre 1854 delle difficoltà per l'attuazione di quel progetto.

 P. Luigi tentò allora di ottenere qualche membro dalle Congregazioni esistenti in altre città. « Dispiacente » si dichiarò p. Giacomo Micovich dell'Oratorio di Brescia il 20 maggio 1856. Ed il 2 giugno 1856 ed il 18 febbraio 1860 gli scrisse che erano impossibilitate a dare soggetti rispettivamente quella di Firenze e di Roma, l'apostolo delle morette can. Nicolò Gio. Batta Olivieri, al quale Padre Luigi s'era affidato.

 Solamente quella di Venezia gli mandò il 6 gennaio 1857 il p. Vincenzo Frucco - mentre il p. Bettini ritornava laggiù -, perché la Congregazione di Udine avesse almeno il minimo di tre membri; ma il Frucco per la sua incostante salute il 23 febbraio 1861 se ne tornava sulla Laguna. Un altro soggetto, don Carlo Peruggia da Cassano (Como), accettato nel dicembre 1865, gli fu motivo più di disgusti che di speranze.

 Né miglior fortuna ebbe con i fratelli laici. Morto il Menon, gli rimase poi fedele solamente fra Francesco Zaninotti, aggregato il 1° gennaio 1855.

 Un certo fra Francesco Giuseppe Biasini da Cividale, entrato il 18 dicembre 1858, si ritirò il 24 agosto 1859, per farsi sacerdote. Leonardo Tessitori da Sedegliano entrò il 25 dicembre 1859; ma il 5 giugno 1863 andava tra i Francescani riformati di Venezia. Fra Gio. Batta Pitacco da Udíne, vestito il 31 marzo 1861, il 19 giugno 1863 si ritirava « soffrendo molto nella salute per dover attendere alla cucina ». Ed il giovane Angelo de Santi da Trieste, accolto in prova il 1° marzo 1863, passava tra i Gesuiti in Verona il 2 giugno dello stesso anno.

 Uno dei motivi per cui p. Luigi volle subito, nel 1854, il ripristino della Congregazione Filippina fu il desiderio di promuovere un fervido movimento delle missioni al popolo, missioni che sembravano l'unico rimedio contro l'infiltrazione di tanti errori ed il progressivo declino  del sentire cristiano; e in tale ragione egli vedeva anche una speranza: « È mai possibile - pensava a un dipresso - che non si trovino sacerdoti bramosi di dedicarsi ad un così necessario apostolato? Saranno essi il nerbo della Congregazione ». Ma quel rinchiudersi in una casa in vita comune, quel rinunciare ad ogni provento personale, o qualsivoglia altro motivo non favorirono l'ingresso tra i Filippini. Nel 1858 si costituì bensì una « Congregazione dei Sacerdoti che daranno gli Esercizi Spirituali nell'Arcidiocesi di Udine », messa sotto il patrocinio del Cuore Immacolato di Maria e del B. Odorico Mattiussi da Pordenone, missionario francescano del secolo XIV; e ne uscì a stampa il regolamento. Ma l'iniziativa non ebbe alcun rapporto con la Congregazione dell'Oratorio.

 E qui ci si potrebbe chiedere perché mai il progetto di p. Luigi non ebbe fortuna. Non riteniamo che si possa dare una risposta esauriente; ma tentare qualche spiegazione, sì.

 Abbiamo già accennato alla notevole differenza fra il modo di vivere del prete secolare nella sua vita privata e nella convivenza comunitaria; vi si potrebbe aggiungere l'accentuato individualismo regionale, che fa erigere ad insegna l'attributo « bessòi », « da soli ». Vi fu, pero, qualche altra causa. I tempi non erano affatto propizi per la Chiesa ed il clero; ma lo erano ancor meno per le Congregazioni Religiose. Né si possono escludere motivi quasi « personali ». Padre Luigi era un « papalino intransigente »; e come tale era qualificato ed irriso, lui e con lui quanti frequentavano l'Oratorio, sino dal 1857, per esempio nella « Cronaca Umoristica » del canonico Ban­chieri. Se la stragrande maggioranza del clero udinese era fedele alla Santa Sede, nei tempi in cui la Questione romana si stava caricando di tanta pas­sionalità, ben pochi potevano avere il coraggio di mettersi addirittura sotto la guida del Padre. Inoltre, egli era di coloro che « stanno sempre e ad ogni costo con l'Autorità ecclesiastica », mentre un certo spirito libertario s'era infiltrato un po' dovunque. Forse le cose avrebbero potuto avere un diverso svolgimento qualora p. Luigi fosse stato dotato di una personalità incanta­trice e trascinatrice; ma non lo fu, né avrebbe voluto esserlo.

 Ripensiamo alle difficoltà ed al senso di disagio che traspirano dalla « Me­moria » di don Benedetti, che pure fu un sacerdote di elevata intelligenza. Lo stesso Padre Carlo non aveva osato!

 In conclusione, ripristinare la Congregazione fu un autentico gesto di audacia, specie nell'ambiente udinese. Fu un andare contro corrente. Di lì a poco l'onda avversa travolgerà tutto. Ma il fallimento di un'iniziativa non dimostra che essa non era buona, né depone contro « l'uomo dei desideri » che l'aveva promossa.

 Luigi ritenne, nel 1854, che quella era una cosa da fare e da fare con urgenza; s'era già atteso troppo e forse era ormai troppo tardi. Ma la gloria di Dio ed il bene delle anime imponevano di tentare. Tentò. E quando s'av­vide che il tentativo non sarebbe riuscito, fu lui stesso a riconoscerlo e a sognare altre strade. Pensò anche ai gesuiti, che, con varia fortuna e in mez­zo a contrastanti sentimenti, svolsero importanti predicazioni a Udine so­prattutto nel 1854 e nel 1865. Quell'anno i tre padri predicatori furono ospi­tati dalla Congregazione, forse col disegno, secondato semmai dal p. Luigi, di porvi una stabile base.

 Ma s'addensava ormai la bufera. Per fortuna la Provvidenza faceva sor­gere altrove un luogo di rifugio per i Gesuiti. II 2 aprile 1866 morì il piis­simo don Giuseppe Bacci, lasciando erede la Compagnia, a condizione che risiedessero in Gorizia tre padri. Perciò, quando nel luglio 1866 le truppe italiane stavano avanzando nel Veneto e verso il Friuli, i Gesuiti di Udine ripararono nella nuova casa di Gorizia. Il p. Banchich conserverà sempre af­fetto e venerazione verso il buon p. Luigi, e i Gesuiti poi, dalle pagine della « Civilità cattolica », lo chiameranno « un santo ». 

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Soppressione e confisca

 Con la legge del 7 luglio 1866 venivano estese a tutto il Regno le leggi già emanate negli Stati Sabaudi sulla soppressione delle Corporazioni o Con­gregazioni religiose e sulla « conversione » dei loro beni allo Stato. P. Luigi ne ebbe il primo avviso con una nota della R. Intendenza di Finanza di Udi­ne del 21 dicembre, alla quale rispose la vigilia di Natale, dichiarando che, a suo parere, i Filippini non erano inclusi in quella legge, perché non legati da voti né aventi patrimonio comune. Vano, tuttavia, riuscì questo tentativo, compiuto insieme con i prepositi di Chioggia, p. Giuseppe Vianelli, di Vene­zia, p. Salvatore Bolognesi, e di Padova.[28] Il 2 aprile 1867 p. Luigi dovette rassegnarsi a presentare la denunzia dei beni mobili e immobili della Congre­gazione, non rinunziando però a elevare la sua fiera protesta:

         « Regio Delegato, nel consegnarle la denuncia impostaci dall'articolo 13 della legge 7 luglio 1866, il sottoscritto Padre Preposito, in ossequio alle Leggi divine ed ecclesiastiche, protesta che deve prestarsi a tali atti e conse­guenti volutisi, per la sola necessità di evitare mali maggiori, e per non recare più grave danno ai membri di questa. Congregazione dell'Oratorio ».

         Il 23 aprile il Delegato rispondeva: « Domani alle undici antimeridiane darò principio alle operazioni d'inventario e presa di possesso delle sostanze della Congregazione dei Padri dell'Oratorio in questa città ». Ed il 24 ordi­nava a voce di sgomberare la Casa entro il 9 maggio, data che veniva posti­cipata al 18 e quindi irrevocabilmente al 29. Padre Luigi si trovava allora a Castellavazzo Bellunese per un progetto di fondazione ma - avvertito -  accorse in tutta fretta a Udine, dove non gli restò altro che subire la confisca e lo sfratto.

         Non conosciamo il giorno esatto in cui S. Maria Maddalena fu chiusa al culto; probabilmente fu il 24 aprile 1867. « II Padre - scrive il Tinti - accorse sollecito a celebrare di buon mattino la santa Messa ed a consumare per l'ultima volta le sacre Specie racchiuse nel Tabernacolo; e benché gli arri­desse ancora la speranza di redimere la chiesa dal Demanio e riaprirla al culto, tuttavia egli si prestò a quell'atto doloroso con amare lagrime, col cuore straziato al pensiero di vedere così impedito il tanto bene spirituale che operavasi in quella casa di Dio. All'affanno del Padre Luigi partecipavano vivamente i suoi confratelli e gran parte di cittadini... ». Pasqua era passata da tre giorni: una triste Pasqua!

 Neppure il regime napoleonico era arrivato a tanto nel 1810. Fondati anche su questo argomento, già il 20 aprile 1867, Sabato Santo, tutti i parroci urbani avevano firmato un'istanza all'Intendenza di Finanza di Udine ed al Ministero di Grazia e Giustizia in Firenze, affinché la chiesa fosse conservata aperta al culto. Non ne ebbero nemmeno risposta.

 E qui una nota curiosa. Sullo « Stato personale dell'Arcidiocesi di Udine per il 1868 > - redatto alla fine del 1867 - la chiesa di S. Maria Maddalena figura ancora, benché senza sacerdoti addetti, appunto perché chiusa. Ma vi figura ancora la Congregazione dei Padri dell'Oratorio e addirittura con un sacerdote di più dell'anno avanti; Padre Luigi Scrosoppi con tre sacerdoti ed un laico, invece che « con due sacerdoti ». Se non si tratta di un errore di stampa, il terzo e nuovo Filippino non può essere che il fratello don Giovanni Battista, che s'era dovuto allontanare da Sacile C'era, dunque, la ferma volontà di continuare. C'era la speranza che la chiesa venisse riaperta. Invece toccò salire il calvario sino alla consumazione.

 Ai primi di luglio 1868 alcune dame udinesi presentarono una petizione per la riapertura della chiesa; nel maggio antecedente un'altra eguale era stata firmata da ben sessantotto cittadini. Il Tinti, che riproduce il testo d'entrambi, ci dà alcuni nomi della seconda: Trento, Zamparo, Marcotti Fior, Puppati Cappellari, Sosterò Cantaruttí, Prodoloni Mander, Toppo, Pilosio, Fantoni, Tullio, Tisiotti, Zerbini, Morelli de Rossi, Sartorellí, Marangoni, Valentinis Querini, Battistelle, ecc.

 Tutto fu inutile. Come furono inutili le ripetute dichiarazioni che alcuni degli arredi sacri erano di proprietà privata; dichiarazioni fatte lungo la prima metà del 1868 - per salvare dall'asta - da don Pietro Benedetti, a nome proprio e collettivamente, da mons.. Cernazai Giuseppe e Luigi Montico, Pietro Cappellari, Oliva Fantoni, Francesco Barbetta, co.ssa Lucietta Beretta de Puppi - che era stata la principale benefattrice nella costruzione della facciata - e don Filippo Mander; vicecancelliere della Curia. Si permise sola di prelevare le reliquie. E in questo senso scriveva l'Intendente all'Arcivescovo, pregandolo a designare un suo incaricato, il 20 maggio, il 15 ed il 24 giugno. Ma l'Arcivescovo non rispose. Soltanto ad asta ormai avvenuta designava il sac. nob. Tito Missettini ad eseguire il trasporto delle reliquie, perché apparisse più evidente la profanazione. Nella lettera del 15 giugno l'Intendente aveva chiesto « di provvedere colla possibile sollecitudine, ed in forma affatto privata, all'asporto delle reliquie e degli stemmi Vescovili » . Probabilmente si temeva qualche reazione popolare. Ma gli animi dei fedeli erano troppo sgomenti di fronte alla piazza anticlericale trionfante.

 Intanto il 7 luglio 1868 veniva affisso un « Avviso d'Asta » a formato di manifesto, nel quale si annunziava che il lunedì 13 luglio alle 9 antimeridiane « si aprirà un pubblico incanto per la vendita ai migliori offerenti di arredi e di altri mobili di Chiese e Conventi soppressi..., tra i quali oggetti si comprendono gli altari, l'organo, le campane della ex Chiesa dei Filippini, ed altri della stessa provenienza. Il pubblico incanto seguirà col metodo della candela vergine... » .

 Padre Luigi aveva scritto una lettera accorata implorante aiuto in extremis al suo amico Luigi Nicoletta, consigliere di Corte d'Appello, che aveva sposato una sorella del ricordato Gio. Batta Castellana, il quale dopo il 1848 s'era traslocato in Toscana e vi era diventato conte di Montalcino e deputato.[29] Ovviamente il conte Castellani non poté ottenere nulla.

 E chissà mai se Padre Luigi si presentò all'asta? Crediamo di no. Ma qualcuno ci andò per lui ed acquistò 1'altar maggiore ed alcuni altri oggetti - fra i quali i quadri del Sacro Cuore di Gesti e del Cuore di Maria che vennero comperati da lui e dai suoi soliti amici, mons. Cernazai, mons. Someda, don Tommaso Turchetti ed i signori Poppati, Fior e Luigi Zamparo. Le due tele tiepolesche raffiguranti San Filippo Neri e l'Angelo Custode donata, questa, dal patriarca d'Aquileia Daniele Delfino - passarono al Museo Civico, mentre altre furono collocate nella chiesa del Cimitero. L'altar maggiore, opera del Torretti, passò più tardi alla chiesa di Maiano.

 Il 30 giugno 1873 mons. Casasola inviava al sindaco co. Antonino di Prampero una vibrata protesta perché s'era cominciato ad aprire i tumuli ed asportare i cadaveri sepolti nella chiesa: e si augurava che « la religiosa educazione della S.V. Ill.ma non permetterà che il caso si rinnovi senza darne parte all'Oratorio Diocesano ». Poco dopo, il 5 agosto, il Municipio autorizzava il co. Federico Trento ad esumare la salma del venerato mons. Francesco Trento. Il 30 dicembre il sindaco comunicava all'arcivescovo che l'esumazione avrebbe avuto luogo il l° gennaio alle 5 del mattino e faceva rilevare che tra le salme c'era quella del patriarca Daniele Delfino. L'arcivescovo rispondeva il 31: « Non può certamente il sottoscritto nascondere il suo rammarico, venendo a conoscere come codesto Municipio si mostri disposto di consumare l'opera di distruzione di una delle più considerevoli Chiese cittadine ». E indicava la chiesa di S. Antonio come luogo adatto per le spoglie del patriarca, primo arcivescovo di Udine, poiché in quella c'era pure sepolto lo zio mors. Dionisio Delfino. Così la secolarizzazione della Chiesa fu compiuta. Il Governo l'aveva ceduta al Municipio « a scopo di pubblica utilità »; ed il Municipio ne fece una cavallerizza e sala di ginnastica e di scherma. Ma appena dieci anni dopo, alla morte di Padre Luigi, non c'erano che i muri...

 Per la Casa della Congregazione mors. Casasola tentò invano di far valere l'art. IX del contratto d'acquisto 26 gennaio 1842, secondo il quale, se la Congregazione fosse cessata dopo 15 anni dalla ricostituzione, essa sarebbe dovuta passare al vescovo pro tempore, affinché la destinasse ad opera di beneficenza. La Casa divenne sede di una scuola di musica, della Società dei Reduci dalle patrie battaglie e della Croce Rossa.

 Dopo la guerra 1915-18 chiesa e casa vennero demolite e nel 1926 su quell'area veniva edificato, su progetto dell'arch. Daronco, il Palazzo delle Poste. 

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Spirito filippino

 Ci si può ben immaginare quanto abbia sofferto il buon filippino per quella confisca. Essa del resto apparve allora, anche per il modo con cui fu condotta, una vera profanazione sacrilega; e sembrò evidente a tutti che si volesse umiliare così la parte cattolica intransigente. P. Luigi continuò a sperare, davvero contra spem.

 Il 12 maggio 1874 i Cappuccini riacquistavano, col sussidio di alcuni generosi, il loro convento dal Demanio. E poco dopo il Padre scriveva ad una superiora: « Qui abbiamo di consolante che i RR. PP. Cappuccini hanno potuto comperare all'asta il loro Convento con italiane lire 20.000, per cui ora sono tranquilli, e tutti i buoni ne godono. Non cosa dei PP. Filippini che tutto vanno perdendo. Persino furono venduti gli Altari della nostra Chiesa, l'organo, il pavimento marmoreo, e profanandola facendone una Cavallerizza! Il Signore perdoni a questi profanatori, e li faccia ravvedere. Trionfi la S. Madre Chiesa, e allora speriamo di vedere la risurrezione di questa veneranda nostra Chiesa ».

 Nei discorsi funebri tenuti nel suo trigesimo in Udine dal mors. Elti ed a Portogruaro da mors. Tinti, entrambi fecero voti che per dimostrare la riconoscenza pubblica verso un così benemerito apostolo della carità venisse riaperta al culto la chiesa che aveva tanto amata. Questo doveva essere il monumento da erigergli! « Bellissimo voto - osserverà il Blasich -, ma ad umano giudizio senza effetto, non essendovi ora di quella chiesa che i muri ed esendo stato usurpato il coro interno per fabbricato ad uso caserma delle guardie di pubblica sicurezza » .

 Padre Luigi continuò a firmarsi ed a sentirsi « dell'Oratorio » finché visse. Ma ormai era davvero tutto solo. Padre Domenico Deotti era morto il 21 giugno, festa di san Luigi, del 1869; e forse la morte gli era stata accelerata da quei tristi avvenimenti.

Ma se al fervoroso oratoriano portarono via la casa e la chiesa, nessuno poté levargli dal cuore il suo amato Padre San Filippo.

 Si può dire che egli era stato filippino fin da fanciullo. L'esperienza fallita della Congregazione fu da lui voluta, non soltanto per attuare l'aspirazione del fratello p. Carlo, ma perché la riteneva necessaria per il bene delle anime.

 Ciò che veramente contava, tuttavia, era lo spirito di « Pippo buono ». Anzitutto la sua dolce umiltà. Un giorno, parecchi anni dopo la soppressione, venne da Cormons ad Udine il gesuita P. Giuseppe Rossi; ed il Servo di Dio desiderò fargli visitare la sua diletta Casa di Orzano. Detto fatto, si attacca il cavallo alla carrozza; per l'occasione avrà certo voluto « Puppa », che, era più di lusso e più veloce », e non « Bagalìn », lento e meschinello. Ma ecco sorgere un contrasto fra i due su chi doveva salire per primo; e non la finivan più. Toccò cedere a Padre Rossi, che salì esclamando: « Il mio Padre Sant'Ignazio vuole l'obbedienza » . E Padre Luigi replicò sorridente: « Ed il mio, s. Filippo, vuole l'umiltà ». 

E poi la dolcezza. P. Luigi ne aveva bisogno, ché aveva per natura un temperamentino alquanto irritabile. E se vi s'aggiunge quella sua volontà di ferro, la dose del miele doveva venire raddoppiata. Ecco perché nei suoi propositi ci mise quella frase: a Semper mel in ore, sempre mel in corde ». E gli ci voleva anche quell'ottimismo cristiano di cui il Neri fu mirabile esempio nella vita e nell'educazione ascetica. Si salvò così dalla severità, a cui forse sarebbe stato incline e che ebbe invece il fratello don Giovanni Battista. Non fu certamente un languido ed un molle; ma rimase nella memoria di quanti lo conobbero come il « buon Padre » , anzi - traducendo il « Padrut » friulano - come il « buon piccolo Padre ».

 Dal Santo della letizia imparò anche lui e divenne maestro di allegria spirituale e di pace. Avrebbe potuto ripetere col Neri: « Scrupoli e malinconia fuori di casa mia ». In tal modo educò le sue figlie spirituali. Educò se stesso, poiché dagli scrupoli fu abbastanza afflitto e, se non ebbe il labbro a broncio come il fratello arciprete, non era portato alla giocondità.

 Anzi, da san Filippo derivò persino una qualche voglia di burlare. Se stesso, umiliandosi talora sino a suscitare il sorriso. Ma se c'era qualche crestina in giro, oh come gli piaceva di metterla a beffa! Non per avvilire, ma proprio per raddolcire i manici di scopa. Questo vezzo gli restò sino sul letto di morte. Era una buona e brava suora la sua infermiera, suor Osanna Tisot, ma un tantinello paronzona e nasuta: la chiameranno « il carabiniere ». Cosa le combina Padre Luigi, ormai agli ultimi? Le fa mettere ai piedi delle ciabattone, preparate per quel gigante di don Luigi Costantini; e le fa indossare sul saio un suo sdrucito scapolare di lana, non propriamente olezzante di zibibbo. La suora aveva allora trentasett'anni; e, benché la vanità debba restar fuori di convento, non; le garbava certo di far da mascherotto. Per buona sorte, e perché altre volte allenata con simile metodo da Padre Luigi, se la prese anche lei « alla filippina ». E forse strappò al Padre moribondo gli estremi sorrisi. E non fu la reliquia di s. Filippo, che egli aveva ereditato dal fratellastro - dono della contessina Clementina Porcia - e conservata poi con tanto amore, non fu quella reliquia a fargli capire, qualche mese prima, che era giunta l'ora di andarsene in cielo?

 L'aspetto oratoriano di p. Luigi, non è certo un elemento secondario della sua vita, come quello che lo qualifica non soltanto canonicamente nella Chiesa. L'altro, di apostolo delle orfanelle e di padre e istitutore delle Suore della Provvidenza, è il più documentato e più noto. Ma entrambi insieme armonizzano mirabilmente nell'esprimere nella sua piena realtà l'eccezionale personalità dell'umile e grande servo di Dio. 

Mons. GUGLIELMO BIASUTTI

 « Io penso che la vera grandezza della Chiesa, la sua finalità profonda, sta nell'essere un'immensa officina, dove, per dei procedimenti complicati - di morale, di istituzioni, di sacramenti, ecc. - si fabbricano dei santi. Non vi si fabbricano molti santi riconosciuti, perché ciò deve essere raro. Ma vi si fabbricano degli esseri straordinari che, a mio avviso, rappresentano ciò che esiste di più bello nell'umanità di oggi e annunziano l'umanità di domani. Questi sono i santi. I santi canonizzati dalla Chiesa non sono che un'infima minoranza in rapporto alle migliaia di santi ignoti che sono fabbricati incessantemente dalla Chiesa. Questi santi ignoti formano il Corpo mistico di Cristo e costituiscono la vera finalità della grande istituzione che si chiama la Chiesa Cattolica ».

 Jean Guitton

 

(Indice)

 

Con slancio totale operò per i fratelli 

Al dottore della Legge che l'interrogava per metterlo alla prova: « Maestro, qual è il più grande comandamento della legge? », Gesù rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e primo dei comandamenti. Ed il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso » (Mt. 22, 36-39). L'inciso: « Ed il secondo è simile al primo » manca nel testo corrispondente del Levitico (19, 18) e nella risposta data a Gesù dal dottore della Legge (Lc. 10, 26); ed è, quindi, propria di Gesù, Puo essere detto, sul piano esistenziale ossia del rapporto di amore fra l'uomo e Dio e degli uomini fra loro, l'ascesa suprema dell'uomo a Dio mediante l'uomo con il servizio di amore che l'uomo, come figlio di Dio, presta agli uomini fratelli nel comune Padre celeste. L'amore dell'uomo verso i fratelli, l'amore dell'ossequio della mente e l'esercizio delle opere di misericordia, è simile agli atti di adorazione, di preghiera, di umiltà... cioè è simile all'amore che l'uomo innalza a Dio, principio e fine dell'universo. « Simile » significa « della stessa qualità »; e nel contesto evangelico del discorso escatologico è Cristo stesso, nostro Salvatore, che si identifica con coloro che hanno fame, sete, con colui che è nudo, forestiero, ammalato, in carcere, e considera come fatto a se quanto ciascuno di noi farà al suo fratello bisognoso. E' l'esempio in atto, che ha spezzato il principio d'identità e proclamato la trascendenza della carità in quanto è Cristo stesso che si è offerto al Padre come vittima d'espiazione per i peccati degli uomini. E' in questo contesto di circolazione d'amore fra Dio e l'uomo, fra il Padre e il Figlio, fra Cristo e gli uomini da Lui redenti che Santa Caterina da Siena osava dire che Dio non abbisogna delle nostre opere, ma vuole essere servito nei nostri fratelli. Fra l'uomo e Dio c'è una distanza infinita, quella fra il Creatore e la creatura, fra l'Essere e il nulla (come ha detto Gesù alla stessa Salita Caterina). Fra il Santo dei Santi che è Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, e noi peccatori la distanza è ancora maggiore perché il peccato ci ha separati da Dio: « ... mi sono separato da te » gemerà Pascal. I servi di Dio che hanno avuto il carisma delle opere di misericordia, quelli che son detti appunto i « Santi della carità », hanno realizzato le dimensioni di profondità, larghezza e altezza della somiglianza dell'amore del prossimo con l'amore di Dio. Non è esatto allora affermare: « Dio in cielo ed in terra » (K. Barth); Dio è ovunque, « in cielo e in terra », è specialmente presente nelle creature spirituali simili a Lui e più particolarmente nei sofferenti che sono simili a Cristo, che, Verbo eterno, si è fatto per noi l'uomo dei dolori. La somiglianza fra i due precetti dell'amore nasce quindi dall'interno: non è un semplice incontro di complementarità, ma - se può passare l'espressione - è l'identità della realizzazione esistenziale: sentire in noi i sentimenti di Cristo ed operare nel prossimo l'amore di Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo.

 I1 nostro beato Luigi ha vissuto con slancio totale questo precetto della carità. Nella schiera generosa dei servi di Dio che nell'agitato Ottocento diedero più vivida testimonianza delle opere di misericordia come il Cottolengo, Don Bosco ed all'inizio del nostro secolo Don Orione, la sua testimonianza è stata più nascosta, ma non per questo meno prodigiosa. Quanti lo conobbero nella devozione ai malati, ai bisognosi nell'anima e nel corpo, alle creature più abbandonate - la sua prima opera è stata la « Casa delle Derelitte » a Udine e l'attività principale delle sue Suore della Provvidenza è stata e continua tuttora, l'assistenza negli ospedali e istituti di cura - attestano nella Posino del processo di beatificazione questo slancio di carità spinto spesso, cosi sembra a noi, oltre ogni limite della ragione e prudenza umana. Volle anzitutto soffrire in sè, con l'ardore e la semplicità del suo padre San Filippo, le privazioni e le sofferenze anche più ripugnanti dei suoi protetti. Era un pochino burbero di aspetto - leggiamo -, ma aveva una maniera che non pareva nemmeno lui: le manierine le usava soprattutto con le piccole ricoverate e con gli ammalati. Infatti... le recluse più povere di mente, rozze e grezze venute spesso dagli ambienti più miseri, erano le sue predilette e con le più piccole usava tanta pazienza. Leggiamo anche che « ... quando le bambine per qualche mancanza venivano mandate da lui, erano contente, perché lo trovavano più indulgente ». Ancora: avrebbe dato per alleviare le sofferenze altrui, e per la salvezza dell'anima degli stessi nemici che avversavano le sue opere, perfino la vita. Voleva per se, anche per incitare alla generosità intrepida le Figlie della Provvidenza da lui fondate, gli uffici più ripugnanti, come la pulizia dei poveri e ammalati coperti dalle piaghe più ripugnanti e brulicanti di insetti... con sorpresa delle sue Figlie che poi dovevano pensare a lui! A coloro che l'insultavano - e si arrivò alle volte ad aizzargli perfino i cani - quando conducendo l'asinello si recava a chiedere la carità per i suoi protetti, rispondeva con serenità e dolcezza: « questo per me che sono un povero peccatore, ma non basta per le mie orfanelle: cosa mi date per le mie orfanelle? ». E Dio stesso venne più di una volta con prodigi in aiuto del suo umile servo.

 Una carità che fioriva in tenerezza di sentimenti, generosi e robusti, che sostenevano in particolare le Suore della Provvidenza nel duro impegno quotidiano di carità della loro vocazione, come attestano di continuo i frammenti conservatici del suo Epistolario. Chiamava le bambine le « animette », le suore le sue « buone sorelline ». Avrebbe voluto « scrivere a ciascheduna » e « se avesse le ali » trovarsi sempre in mezzo a loro. Scrive ad una suora: « mia cara sorellina »; e con lo slancio filippino ad un'altra: « Veda di essere allegra nel Signore, non faccia cera di melanconia-». In tutto il suo epistolario non si trova mai la parola « Satana » o « demonio »; una sola volta si accenna al «nostro infernale nemico». Certamente p. Luigi sapeva quanto il nemico ostacolava la salvezza delle anime, ma preferiva parlare dell'amore di Dio e inculcava con ardore specialmente la devozione al Cuore di Gesù e alla beatissima Vergine che - come farà poi Santa Gemma - chiamava, e voleva che anche le sue Suore la chiamassero, « mamma ».

Una vita quindi tutta in ardore di amore, inabissata in Cristo nella follia della Croce, accanto ai fratelli più bisognosi amati e serviti in Cristo e come Cristo.

 Cornelio Fabro

 

Da «L'Osservatore Romano», 4-10-1981.

 

(Indice)

 

[1] Per la conoscenza della vita e opere del Beato sono fondamentali due opere: Can. LUIGI TINTI, Memorie del p. L. S., Fondatore dell'Istituto Derelitte e delle Suore della Provvidenza, Udine, Tip. del Patronato, 1897; Mons. GUGLIELMO BIASUTTI, P. Luigi Scrosoppi dell'Oratorio di S. Filippo Neri, Fondatore delle Suore della Provvidenza, Arti Grafiche Friulane, Udine 1979. Altra di più compendiosa divulgazione: M. PAPASOGLI-ZALUM - G. PAPASOGLI, Per i più poveri, a cura della Congregazione Suore della Provvidenza, 1980.

[2] Nell'anno accademico 1972-73 fu discussa all'Università di Trieste la tesi: L'Oratorio e la Congregazione dell'Oratorio a Udine, dalla laureanda signorina MARIA ROSA FACILE. Il lavoro, condotto su buona informazione di documenti, illustra il preesistente Oratorio e alcuni momenti e vicende della Congregazione. È stato messo gentilmente a nostra disposizione e, in parte, ci ha giovato nello stendere queste pagine.

Le fonti documentarie più importanti per la storia della Congregazione, per lo più inedite, sono:

I - Archivio Capitolare di Udine: Miscell. Bini, Institutioni et altri ricordi per l'Oratorio di s. Filippo Neri. Libro della creatione di tutti gli offici, che ogn'anno si faranno nel santo Oratorio della Santissima Annunciata..., principiato l'anno della nostra salute 1636 (Oratorio femminile), Sez. III, vol. 21; Fasc. Filippini, Busta F 6.

II - Arch. Collegio della Provvidenza: a) Raccolta di Regole di S. Filippo, parte I, Udine, 8.9.1730; Memorie della Congregatione di S. Filippo - Principio e progresso dell'Oratorio e Congregatione di S. Filippo Nerio nella città di Udine, registrati d'un Fratello della stessa Congregatione (G. B. Martinis), parte seconda, Udine il 21 Novembre, giorno consacrato alla Presentazione di Maria Vergine, 1730; b) Memorie spettanti alla nostra Congregatione; 6 fascicoli, 1730-1810; c) Ristretto della Vita di S. Filippo Neri nostro S. Padre con alcune notitie della nostra Congregatione.

III - Archivio di Stato di Udine: copioso materiale documentario, prevalentemente di carattere economico e contenzioso in Corporazioni religiose soppresse. Udine, S. Filippo Neri; Archivio della Congregazione. Da segnalare: a) Busta 656, Colto I, Documenti, principia 1577, 23 marzo, finisce 1690, 3 giugno; Colto II, Documenti, principia 1690, 9 giugno, finisce 1713; b) Busta 657, Colto II, Documenti, 20.3.1713 - 29.5.1723; Colto IV, Documenti, 18.9.1753 - 22.11.1763; c) Busta 661: 2, Registro memorie RR. PP. Filippini di Udine (1688-94); 4), Inventario delle scritture più degne d'essere custodite... (1729).

IV - Biblioteca Civica di Udine: Busta 1353: L, Libro d'instrumenti, testamenti etc. del R.P. Gasparo Colombina..., principia l'anno 1619, agosto, usque 1624, 13 settembre; Busta 1332: 1, Notizie sull'origine dell'Oratorio dal 1630 al 1670; 2, Libro dell'Oratorio di S. Filippo Neri (1643-51); Busta 1376, Studi e note e memorie nella vita di alcuni Padri dell'Oratorio di S. Filippo Neri - Novena ed ottavario di S. Filippo Neri - Elenco dei PP. dell'Oratorio - Regole per l'accettazione nella Congregazione; 3, Miscellanea di scritti ascetici e lettere dei PP. dell'Oratorio di Udine; 4, Indice delle Memorie storiche della Congregazione registrate dal p. Madrisio - Catalogo de' libri della Biblioteca de' PP. dell'Oratorio di Udine; 5, Minuta originale di lettere, discorsi sacri e meditazioni del can. Francesco Trento, già Padre dell'Oratorio; 6, Comoretti p. Antonio dell'Oratorio di Udine - Opu.Woli storici inediti ed autografati; Busta 1389, Prediche dei PP. dell'Oratorio di Udine, sic. XVIII-XIX; Fondo Doppi: n. 198, Notizie dei PP. Filippini di Udine, sic. XVII; n. 200, Origine et Atti della Congregatione dell'Oratorio di Udine - Vite di alcuni PP. dell'Oratorio, detti Filippini, di Udine - Copia del testamento di F. Trento.

Da notare che il Marciano, che pur accenna alle peregrinazioni del p. Cortivo de Santi, non menziona la Congregazione di Udine. Risulta tuttavia che egli aveva in programma di trattarne, ed è probabile che il capitolo relativo sia rimasto inedito fra le carte preparate per il VI tomo, insieme con notizie di altre congregazioni. Nell'estate del 1728 i padri di Udine spedirono all' « Oratorio di Napoli, di Spagna, qualche succinto ragguaglio » in seguito a nuova richiesta. Alla precedente di anni prima i medesimi non avevano creduto di dover dare risposta, « a causa che ancor vivevano quasi tutti i primi Padri: G. F. Percotto, Giuseppe de Pace, Giovanni Micesio, etc. ». Principio e progresso..., 6.8.1728, 288-89.

[3] Il p. De Santi morì in Padova il 20.9.1650. La sua vita è in MARCIANO, IV, 151-83, dove (p. 172) è citata la biografia: GIOVANNI CHIERICATO, Il Ven. P. Antonio Maria Cortivo de Santi, primo Preposito della Congregazione di Padova di S. Filippo Neri, ristauratore di molti Oratorii di huomini e di donne nel Serenissimo dominio di Venetia et altrove (senza altra indicazione). Lasciò alcune opere spirituali, delle quali la più nota è A. CORTIVO DE SANTI, Pugna spirituale per gli incipienti e novelli soldati di Cristo, ovvero pratica della Dottrina Cristiana per risolvere l'animo a darsi a Do e disporlo al puro lume é puro amore di Dio, la qual serve la mattina, fra il giorno, la sera e la notte, Venezia 1759. Il Marciano menziona altre sue opere, senza darne precise indicazioni: « Le Meditazioni sopra il Santissimo Crocifisso, gli eccitamenti per corrispondere al nostro fine e servire Dio, i Trattati della presenza di Dio, coll'esercitio della cognitione di se stesso e con la pratica per purificare il cuore da tutti gli amori inordinati ». MARCIANO, IV, 172. Le notizie riguardanti le visite del De Santi a Udine da Principio e progresso... del fr. G. B. Martinis, cod. sopra cit. n. 2.

[4] P. Odorico Rinaldi (Raynaldus) (1596-1671), nobile trevigiano, entrò nella Congregazione romana nel 1618 e tenne la prepositura dal 1650 al 1656; fu una delle personalità più eminenti della sua casa, soprattutto per la sua cultura storica. Continuatore degli Annali del Baronio, ne compose 13 tomi e altri tre di Compendio di tutta l'opera. Dotato di cospicua fortuna, profuse ingenti somme nella chiesa e in molteplici istituzioni caritative. Vita in Aringhi, 0.59, 366-69; VILLAROSA, Memorie degli scrittori filippini, Napoli 1837, 199.

[5] MARCIANO, IV, 137-150.

[6] Principio e progresso cit., 84-86, dove sono riferiti anche i nomi dei 24 < Primi Confratelli institutori e fondatori».

[7] Principio e progresso cit., 88. Si tratta probabilmente dell'Oratorio del quale esiste il cod. Institutioni et altri ricordi per l'Oratorio di s. Filippo Neri... principiato l'anno... 1636, di cui sopra alla n. 2. È certamente uno dei più antichi oratorii femminili filippini che si conoscano. Nel 1971 nell'Università di Trieste fu discussa la tesi da P. Ruiti, L'Oratorio femminile di S. Filippo Neri nella religiosità del Seicento friulano.

[8] Principio e progresso..., 98-102. Il Marciano nomina soltanto incidentalmente il Colombina, nel t. IV, nella storia dei primordi della Congregazione di Padova e nel t. V, in quella della Congregazione di Venezia. Notizie più complete sono in Principio e progresso cit., 146-49.

[9] Sullo Stroiffi e l'origine della Congregazione di Venezia v. MARCIANO, V, 358-70.

[10] Alessandro Soardo, nobile udinese di vita esemplare per umiltà e dedizione alla casa, n. 1620, entrò in Congregazione nel 1664, mori il 12.12.1680. Fu il primo sodale morto in Congregazione e tumulato nella nuova sepoltura in S. M. Maddalena. Principio e progresso..  ,300-2. Il Soardo lasciò alcune operette ascetiche (non menzionate dal Villarosa): Specchio lu­cidissimo in cui si vedono epilogate le virtù più eroiche, le operationi più sante che possino adornare l'animo di un gran Prencipe e freggiare la mitra di un vero Prelato di S. Chiesa, nella vita del glorioso Prencipe beato Patriarca d'Aquileia Bertrando, con le gratie e favori doppo la sua morte operati dal Signore a sua intercessione nelli suoi devoti, Venezia 1667; Processo giuridico formato nel Tribunale della Divina Giustitia ad instanza di Lucifero gran prencipe delle tenebre contra il peccatore ostinato, Venezia 1673; Fiorito giardino in cui s'odo­rano le fragranze di candidissimi gigli di purità verginale, di immortali amaranti di fecondità coniugale, di pallidette viole di humiltà vedovile, di rose spinose di religiosa penitenza, nella vita miracolosa della beata Elena Valentinis, Udine 1677. Francesco Percotto, nobile udinese, fu una conquista del p. Colombina, 'il quale, avvicinatolo appena laureato in medicina a Pa­dova, si augurò che diventasse un buon medico di anime. Dopo esercitato la professione in patria, all'arrivo a Udine del p. Colombina, sentì più vivo il desiderio di farsi filippino. Supe­rata l'opposizione del padre, entrò in Congregazione nell'aprile 1650 quasi trentenne e riuscì sacerdote di rara bontà di vita e zelo apostolico. Nato il 25 febbraio 1621, mori il 20 gennaio 1695. Principio e progresso..., 342-46. Uomo di pari santità di vita fu il p. Giovanni Micesio, nato a Trivignano il 5.7.1626 da umile famiglia di pastori: del suo zelo apostolico è testimo­nianza la Casa del Soccorso per la redenzione di donne perdute. M. TOLLER, Casa del Soccorso o delle Convertite (1680-1944), Udine 1969. Entrò in Congregazione già sacerdote il 1.11.1663, mori il 23.5.1702 (Ivi, 366-71). Più eminente fra gli altri fu il p. Giuseppe de Pace, conte udi­ nese, anch'eglí conquista del p. Colombina. Si era fatto sacerdote in età avanzata, col desi­derio sempre di farsi cappuccino; fu il Colombina a predirgli sul letto di morte la sua entrata tra i filippini. Fu accolto in Congregazione tre mesi dopo la scomparsa del p. Colombina, al quale succedette nella prepositura (secondo preposito) e vi fu riconfermato per tredici triennii. Per il suo credito presso tutti (confessore, fra l'altro, del Patriarca d'Aquileia Giovanni Dolfin), come consigliere e uomo di grande prudenza, la sua morte avvenuta il 20 ottobre 1693, fu di universale cordoglio. Era nato a Udine il 22.7.1613. (Ivi, 330-34). Il nob. p. Giuseppe Miliana fu accettato in Congregazione il 20.4.1652; recatosi a Roma nel settembre 1655 per riparare la malferma salute, vi mori poco dopo. Principio e progresso..., 150-55.

[11] Lasciò uno scritto ascetico che fu pubblicato l'anno seguente alla sua morte: Prattica della dottrina di Cristo, da potersi osservare non solo da quelli che esser volessero specialmente di confraternita o di Oratoríi di grandissima perfettione, ma anco da tutti quelli che volessero guidare l'altrui o le proprie anime, con ordine e facilità con ogni altezza di spirito senza alteratione del proprio loro stato e vocation esteriore, descritta e divisa per beneficio universale in tre parti, Udine 1651. Il Villarosa, che dice esser stato il Colombina cultore di disegno e di pittura, menziona altre due sue opere: Discorso distinto in quattro capitoli, nel primo de' quali si parla del disegno, nel secondo qual dev'essere il buon pittore, nel terzo del modo di colorire, nel quarto con quali lineamenti e con quali colori il pittore deve spiegare gli effetti principali sì naturali, come accidentali dell'uomo secondo l'arte della fisionomia, Padova, per Paolo Tozzi, 1623, con intagli di Filippo Esegrenio. $ detta « edizione rarissima » Il perfetto Re e Sacerdote, Venezia per Gio Jacopo Sperts in 12°: VILLAROSA 113-14.

[12] Principio e progresso..., 196. I due padri, tornati a Venezia, riferirono e posero in scrit­to quanto là avevano appreso intorno alle pratiche dell'Oratorio. Sono riportate in Principio e progresso..., 201-52. Nel 1669 la Congregazione fece dono al veneziano principe Nicolò Sa­gredo (poi Doge), che fu in visita alla casa, di arazzi « dipinti da Paolo Veronese, celebre pit­tore, ed esso donò alla Congregazione due quadri, uno con un Crocefisso del Peranda l'altro della Madonna del Sassoferrato ».

[13] Leandro Colloredo (1639-1709), di nobile famiglia del Castello di Colloredo (Gorizia), entrato in Congregazione a Roma nel 1657, fu elevato alla porpora il 2.9.1686, nella seconda creazione cardinalizia di Innocenzo XI, che assistette nell'agonia. Uomo di grande estimazione per virtù e sapere e per la larghezza di soccorsi ai poveri, ebbe vari uffici, fra cui quello di Penitenziere maggiore. Morì 1'11.1.1709 e fu sepolto alla Vallicella Lasciò alcuni scritti inediti, fra cui un incompleto commento alle Costituzioni, esistente con altri alla Biblioteca Vallicellana. BV, 0.571, 249-53. P. M. PUCCETTI Vita di L. C., Roma 1738; Hier cath., V, 14; Pastor, XIV/2, 307 e passim. Il Commento alle Costituzioni dello Spada inviato a Udine dal Colloredo era copia, o compendio, dell'opera inedita Instituta Congregatioszis Oratorii illustrata et declarata..., esistente in ACR, C.I. 14.

Del libro donato alla Congregazione e appartenuto a s. Filippo, è detto soltanto che « contiene le Litanie e molte altre orationi per l'Oratorio etc, che si praticava prima si facesse direttorio proprio per l'Oratorio ». Principio e progresso..., 325-26.

[14] Principio e progresso.., 279-88.

[15] Girolamo Valvasone, nobile udinese, nato a Maniago nel 1629, compiuti gli studi a Bologna e fattosi sacerdote ebbe dapprima un canonicato in cattedrale, a cui rinunziò per dedicarsi alla magistratura civile. Coprì degnamente cariche importanti, di ambasciatore e deputato della Città. Infine chiese di essere accettato come fratello laico in Congregazione, ma il p. de Pace lo preparò al sacerdozio che gli fu conferito nel 1693. Nel novembre dello stesso anno fu eletto preposito succedendo al p. Pace, e in tale carica durò per 21 anni. Uomo di grande umiltà e di incomparabile carità e munificenza, consumò quasi tutte le sue sostanze per i poveri, per la Congregazione e per istituti religiosi. Mori da tutti compianto il 29.10.1718. Principio e progresso..., 481-88. Nello stesso cod. è narrata la costruzione dell'Oratorio nuovo, di cui fu posta la prima pietra il 7.5.1701 dal decano della Cattedrale, can. Tommaso de Pace, vicario generale d'Aquileia, in assenza del Patriarca Dolfin. Lo stesso benedisse l'edificio compiuto, 1'8.8.1702. L'opera vi è descritta in tutti i particolari, con le opere d'arte subito eseguite: vi è allegato un disegno, con sul recto e il verso il prospetto della fabbrica intera, e la pianta. Ivi, 358-64. Al principio di dicembre del 1702 fu in visita alla Congregazione il p. Fabio Colloredo della Congregazione romana, e la festa dell'Immacolata tenne un applaudito discorso, presente il Patriarca. Lo accompagnava il laico fr. Giuseppe M. Bogliaffi, il quale presto s'ínfermò gravemente al castello dei Colloredo. Trasportato in Congregazione alla fine di dicembre, vi morì il 23 gennaio 1703. Principio e progresso..., 373-77. Fabio Colloredo, nipote del card. Leandro, nato nel castello di Colloredo il 15.2.1672, dopo gli studi di legge a Siena, stette qualche tempo alla corte imperiale di Vienna, assai stimato e promesso a un brillante avvenire. Ma nel 1692 si portò a Roma ed entrò in Congregazione, dove, ricevuto il sacerdozio il 7.4.1796, condusse una vita altamente esemplare, per zelo e grande generosità (era figlio unico e dotato d'ingente patrimonio). Il 16.11.1731 fu eletto arcivescovo di Lucca e. consacrato alla Vallicella dal card. Porzia. Pastore di zelo ammirabile, dopo oltre un decennio si spense il 15.11.1742. Hier. cath. VI, 265.

[16] Ivi, 385.

[17] Anche della nuova costruzione è riferita ampia descrizione particolareggiata, con le relative spese e i nomi dei principali artefici. Inoltre vi sono descritte le pitture, sia quelle della precedente chiesa sia della nuova: l'antica pala, eseguita nel 1609 da Giulio Brunalschi, la SS. Trinità con la Vergine e il Bambino, S. M. Maddalena, s. Giovanni evangelista, S. G. Battista, s. Domenico e i quattro Dottori della Chiesa con lo stemma dell'Ospedale e altri di famiglie nobili. Un altro quadro della precedente era del Gazoldi e rappresentava s. M. Maddalena; quello di s. Filippo era del veneziano p. Ermanno Sroiffi; un altro più grande era del can. Cosattini. II quadro del Crocifisso con la Vergine, s. Giovanni e s. M. Maddalena era del Peranda. Le dieci figure su tavola chiaroscuro del pittore Venir (Venier?); la pala dell'Oratorio del viennese Modesto; il quadro di s. Filippo sopra la cattedra, sempre nell'Oratorio, era pure dello Sroiffi. Di fattura bizantina erano due portelle d'organo, con l'Annunciazione da una parte e s. Pietro e s. Paolo dall'altra. La pala originale della cappella di Congregazione era del Lotti, la copia di essa del Tunesi di Udine, eseguita per il deterioramento della prima. Il fr. Martinis nota che nella casa erano appesi molti quadri di valore, di cui egli fece un inventario apposito. Ivi, 401-42.

La demolizione della vecchia chiesa iniziò il 9.5.1708; la nuova fu consacrata molti anni dopo, il 19.5.1784, dall'arcivescovo di Udine Gian Girolamo Gradenigo. La facciata fu fatta eseguire per opera di d. Pietro Benedetti, rettore della chiesa, nel 1856 dall'architetto Giovanni Zandigiacomo.

[18] Fra gli altri meritano una menzione: il p. Gio Battista Planis, udinese, nato il 16.10.1645, sacerdote e parroco di s. Cristoforo, entrò in Congregazione il 14.10.1671, di edificante generosità e zelo apostolico, consigliere d'anime e confessore del patriarca Dolfin; morì il 22.1.1712. Giovan Battista Spilimbergo, udinese, nato il 19.3.1666, si fece oratoriano già sacerdote il 9.9.1674; condusse una vita tutta consacrata al ministero delle confessioni e sermoni, per quanto sempre di salute minata dalla tisi; morì il 18.7.1720. Francesco Basso, entrò da sacerdote in Congregazione il 10.2.1681: uomo di grande semplicità, umiltà, spirito di distacco da ogni cosa; ebbe sempre l'ufficio di prefetto di sagrestia e visse in perfetta povertà, documentata dal fr. Martinis che gli fu vicino per trent'anni. Mori il primo agosto 1723.

Particolare menzione merita il p. Giov. Francesco Madrisio, nobile udinese, entrato in Congregazione il 25.11.1701. Preposto nel 1724, mori nel 1750. Sono ricordate alcune sue opere: Riflessioni sopra le Litanie della B. Vergine, dedicate alla Santità di S.S. Benedetto XIII, Venetia 1725; Sancta Patris nostri Paulini Patr. Aquil. opera, ex editis ineditisque primum collegit et dissertationibus illustravit addita duplici auctorum Veterum vita, Venetiis 1737. Altre opere sue sono citate in VILLAROSA, 160.

[19] Per interposizione di un colonnello francese e del conte Montalbano presso il Commissario fu ottenuto di poter conservare due calici, la pisside, il secchiello dell'aspersorio, il vasetto della purificazione, il turibolo e la navicella, di peso, complessivo di once 42, dietro il corrispettivo di L. 320. Arch. Suore della Provvidenza, Memorie della Congregazione, 3. 6.6. 1797. Il 22 luglio l'Oratorio fu chiuso e ridotto a granaio delle truppe.

[20] Ivi, 13.9.1797. La casa venne ugualmente occupata dai soldati. Massimo, conte di Brazzaco (frazione di Pagnacco presso Udine; egli si firma talvolta Brazzà, alla Veneta) entrò in Congregazione il 14.7.1742. Principio e progresso..., 769. Pubblicò una traduzione del Catechismo romano, edita a Udine sulla fine del sec. XVII. Il Brazzaco mori in Udine nel 1812 fra universale compianto.

[21] La mattina del 9 gennaio sloggiarono dalla casa i francesi, ma nello stesso giorno essa fu occupata da 400 soldati tedeschi. In quel giorno ne erano entrati circa 4000 in Udine, accolti festosamente anche dall'autorità ecclesiastica, che il giorno seguente fece cantare il Te Deum in Duomo. Al principio di febbraio fu rimesso in ordine l'Oratorio e furono riprese le solite pratiche. Ivi, 1.2.1798. Fu un sollievo di breve durata, perché il 24.9.1798 l'autorità tedesca chiese essa pure di poter riporre il grano nel locale dell'Oratorio. Ivi.

[22] Ecco l'ultima triste nota dal fasc. 6 di Memorie di Congregazione: “15 maggio 1810. Da un pubblico ministro ci fu intimata la soppressione concedendoci insieme il corso di tre settimane ad eseguirla”.

[23] Un elenco, l'ultimo, dei padri e fratelli della Congregazione delle elezioni del 22.4.1805 è annesso alle suddette Memorie: p. Massimo Brazzaco, preposito, p. Salvador Domenighini, p. Gaetano Salomoni, p. Giovanni Cassutti, p. Amadio Bernardini, p. Antonio Londero, p. Giacomo Martinella, p. Vincenzo Colavizza, fr. Francesco Bosco, fr. Leonardo Giorgiutti fr. Nicolò Tunisi. Non sono inclusi gli ultimi accettati in Congregazione, fra i quali era Antonio Specie e Carlo Filaferro, fratellastro del b. Luigi.

[24] Gli originali dei documenti qui citati sono nell'Archivio delle Suore della Provvidenza e nell'Archivio Arcivescovile di Udine.

[25] Probabilmente si deve a don Benedetti, nominato rettore con decreto arcivescovile del 4 febbraio 1854, la pubblicazione del Rituale per la Veneranda Chiesa di Santa Maria Maddalena in Udine, edito a Milano sul finire del 1855. È un testo elegante di pagine 88 (cm. 2,40 X 1,65), nel quale sono raccolte le preghiere da recitarsi in tutte le occasioni ricordate nelle lettere di p. Carlo. Vi si notano, in più, tre cose. Dopo le Litanie Lauretane il primo Oremus è rivolto al Cuore Immacolato di Maria, rifugio dei peccatori. A pag. 45 è ricordato il Mese di Maria, durante il quale « si faranno ogni sera all'Immacolato di lei Cuore queste preghiere»: e segue una preghiera diversa per ogni giorno della settimana, preceduta però sempre da una in onore del Cuore di Gesù. Infine a pag. 66 c'è una Novena in onore del Cuore Immacolato di Maria, preceduta dalla seguente introduzione: « Pel caso, forse non lontano, in cui si istituisse la festa del Cuore Immacolato di Maria anche in questa Diocesi, che conta ormai più di cinquanta aggregazioni di devoti che pubblicamente l'onorano, sarebbe conveniente che i devoti della chiesa di Santa Maria Maddalena, i quali furono i primi ad onorarla con pubblico culto, fossero altresì i primi a prepararsi in comune con qualche particolare pratica di pietà a quella festa. A tale uopo si soggiunge qui una breve novena che pub servire frattanto a fomento della privata devozione».

Alla fine della copia usata nella chiesa ci sono due , pagine manoscritte: una contiene la Benedictio Cordis, formula per benedire immagini del Cuore di Maria; e la seconda la Formula della oblazione del cuore a Maria. Almeno la pratica dell'offerta del cuore a Maria fu introdotta di certo sotto il rettorato di p. Luigi. Infatti, in un opuscolino di otto pagine (mm. 116 X 78), dal titolo Ricordi lasciati ai divoti di Maria Santissima nel mese di maggio 1873 nella chiesa dei PP. Filippini di Udine, a pag. 7 si ricorda che la formula relativa era stata diffusa l'anno antecedente. Poiché il foglietto venne stampato a Portogruaro, si può pensate che il mese di maggio sia stato predicato da mons. Tinti. È opportuno ricordare- che la devozione al Cuore Immacolato di Maria ebbe in questi anni larga diffusione anche fra i filippini. È di quel tempo l'erezione della chiesa oratoriana di Londra, dedicata appunto a questo mistero mariano.

Sembra che il p. Luigi abbia fatto stampare e diffondere parecchi opuscolini o foglietti del genere, ma purtroppo senza alcuna indicazione che ne dia la certezza. Troviamo, ad esempio, una sua nota autografa sopra una pagellina di quattro pagine, contenente Preghiere opportune nei presenti bisogni della Cattolica Chiesa. E fra i suoi scritti ricorrono accenni à libretti di Orazioni della mattina, Orazioni della sera, Esercizio del cristiano. Erano, del resto, iniziative perfettamente inquadrate nello scopo filippino di diffondere lo spirito di orazione.

Ma la chiesa di S. Maria Maddalena ebbe in quel tempo anche un notevole miglioramento materiale; ossia la costruzione della facciata su disegno dell'arch. Zandigiacomo. Ce n'è rimasta fortunosamente una bella cartolina, entro i volumi manoscritti Le Case di Udine del co. Dalla Porta, giacenti nella Biblioteca Comunale di Udine. L'opera fu eseguita dal 1854 a1 1856, sotto il rettorato di don Benedetti, ma probabilmente si ricollega ai lavori che p. Luigi fece fare nella Casa della Congregazione dopo il 23 settembre 1854. Il Tinti ne attribuisce il merito a lui, che < nelle ingenti spese fu generosamente coadiuvato da una Sovrana elargizione e da cospicue offerte di nobili cittadini ».

[26] Si tratta dell'opera ben nota e diffusa nelle case oratoriane nel secolo scorso: I pregi della Congregazione dell'Oratorio, scritta da un filippino (p. Agnelli?) di Savigliano, pubblicata anonima a Venezia nel 1825, a cura dei Filippini di Chioggia e con la prefazione del vescovo Giuseppe Manfrin Provedi di quella città.

[27] P. Bartolomeo Sorio (1805-67), uomo di ingegno versatile e di larga cultura. Lasciò numerose opere su argomenti diversissimi, dalla patristica ai commenti scritturali, dalla filologia alla revisione critica di testi letterari. La sua fama di insigne letterato si associò a quella del contemporaneo celebre confratello della stessa Congregazione veronese p. Antonio Cesari.

[28] Il testo dell'importante « Memoria » dei quattro prepositi è in copia nell'Archivio del­le Suore della Provvidenza (fasc. 32, n. 3) e, fra l'altro, documenta una chiara e obiettiva concezione dell'istituto oratoriano. Nella precisa illustrazione della sua natura e finalità, viene sottolineato il carattere secolare, estraneo a qualsiasi forma di « religione » (per cui non po­teva essere accomunato con le corporazioni religiose colpite dalla legge eversiva) e la conse­guente dipendenza dell'Ordinario diocesano. « Ognuna (casa) è, e sempre rimane, separata da ogni altra, che ognuna unicamente e intieramente è soggetta, come qualsivoglia altro prete, alla giurisdizione del proprio Vescovo diocesano ». La stessa affermazione era contenuta in altri documenti precedenti, come nella domanda di ripristino della Congregazione udinese rivolta all'Imperatore dal p Carlo Filaferro nel giugno 1841: « ... è pur degna dell'interessamento dell'Episcopato una Congregazione, che ha per scopo esclusivo la cura delle anime coll'asso­luta dipendenza dal proprio Vescovo, e per base fondamentale l'occuparsi in così santo eserci­zio, militando, come si -dice, a proprj stipendj ». Non altrimenti si esprimeva il padre (poi cardinale) Alfonso Capecelatro, preposito della Congregazione di Napoli, in una sua « Memo­ria » a stampa del 1869 indirizzata « Agli onorevoli Signori Consiglieri di Stato », intorno allo stato secolare dei membri (per cui non emettono voto alcuno e convivono « militando a pro­prie spese »): « a ciò si aggiunge che i Preti della Congregazione di S. Filippo, ordinati a titolo di sacro patrimonio o di benefizio, dipendono in tutto dal proprio Vescovo, come fu dichiarato da molti brevi apostolici ». Ed. M. Cellini, Firenze, 1867.

[29] Ecco il testo della lettera: u Egregio sig. Consigliere, La sua partenza per Firenze mi dà grande speranza per l'affare della Chiesa dei Filippini di qui. Sino dalli 27 p.p.. spedivo al Conte Castellani una supplica da presentarsi al Ministero per la riapertura di quella Chiesa, firmata da 68 cittadini, da Conti, Possidenti, Mercanti, Artisti, ecc. e dal R.mo Mr. Arcivescovo raccomandata, attestandone la verità dell'esposto con sua firma. Questa duplice portava un Allegato, ed era altra supplica fatta da tutti i RR.mi Parrochi di questa Città sino dal 20 aprile anno passato, perché non venisse allora chiusa la Chiesa... Scriveva al Sig. Conte Castellani-che la Curia avrebbe fatto una istanza a questo R. Prefetto, quale Preside della Commissione dei Beni Ecclesiastici, acciò impedisse l'asta che doveva farsi ai primi del corrente degli addobbi, altari, organo, ecc. della chiesa, e l'istanza è stata presentata, ma l'asta non è stata sospesa, ed avrà luogo alii 13 corrente, dicendo il R. Prefetto non essere di sua competenza di far sospendere l'asta.

Poveri noi! Dunque lunedì alii 13 torr. vedremo a vendere quanto trovavasi avere d'arredi la più bella Chiesa di Udine? Sino lì si venderanno le campane, l'organo, gli altari! Ah! non si effettui questa barbarie!

Lei ha di procurare, subito giunto a Firenze, di fare ogni cosa perché immediatamente venga sospesa quest'asta. Non si risparmi, per carità, ché S. Filippo Le darà generosa ricompensa ».

« Egli accenna quindi ad altra questione per riavere dall'Amministrazione del Culto il legato di L. 7.000 lasciato da don Giuseppe Pletti e le L. 1.200 legate da P. Carlo: questione che stava trattando lo stesso Castellani, con intermediario l'abate Tomadini, il celebre musicista, amico intimo sia del Castellani che di p. Scrosoppi.

« Ma intanto - concludeva - procuri il Sig. Conte Castellani d'avere la sospensione dell'asta... Ringrazi l'egregio Conte di quanto ha fatto sinora, e lo supplichi a volersi prestare per vincere le difficoltà che si presentano. Buon viaggio! Io non mancherò ogni giorno d'averlo presente al Santo Altare e Lei mi ricordi al Conte Deputato, e mi scrive spesso per tenermi a giorno di tutto. Mi creda

Dalle Derelitte 4-7-G8

Di Lei um. dev. servo e fedele amico P. Luigi Scrosoppi »